
Il paradosso di questa “sinistra” è che tutte le grandi battaglie del passato sulla liberazione sessuale sono diventate pure chimere. Ormai siamo di fronte a un movimento di repressione e oscurantismo. Da un lato si professa la libertà di genere, sesso, ecc., dall’altro si vuole normare, reprimere, legiferare financo sui rapporti sessuali: vedi delirio Boldrini.
C’è stato un tempo — fine anni ’60, primi ’70 — in cui la sinistra rivendicava la libertà sessuale come gesto di liberazione autentica. Il corpo era territorio politico, la sessualità era campo di battaglia contro la morale borghese, contro il controllo clericale e il conformismo piccolo-borghese. L’eros era rivoluzionario, anarchico, imprevisto: basti pensare a Reich, a Marcuse, al sogno di una liberazione pulsionale che potesse trasformare anche le strutture della società.
Oggi, quella stessa sinistra — o meglio, ciò che ne rimane — ha abbandonato il desiderio per sostituirlo con la burocrazia del consenso. Al posto dell’erotismo, il formulario etico; al posto dell’eros liberato, il codice comportamentale. È il paradosso del nostro tempo: la libertà sessuale è stata istituzionalizzata fino a diventare un insieme di divieti, un catechismo laico fondato sul sospetto e sulla colpa.
La cultura “woke” ha ribaltato il principio libertario in una forma sofisticata di repressione: ogni gesto è potenzialmente offensivo, ogni desiderio è sorvegliato, ogni parola deve passare il vaglio dell’ortodossia morale. Ciò che un tempo era campo di esplorazione e di rischio è ora un tribunale simbolico, dove si giudica retroattivamente il passato e si sterilizza il presente.
Il ’68 aveva sognato un mondo in cui l’amore non avesse padroni; oggi, la nuova sinistra vigila affinché l’amore non abbia più nemmeno corpo.
