La perversione deritualizzata e l’osceno integrato

Questa repressione-finta-liberazione woke, coniugata all’era di Onlyfans e delle perversioni feticistiche da social, sta generando una montante, sorda violenza e un’esplosività che vedrà sfogo col maturarsi di quest’ultima generazione. La sacra e santa perversione, in un contesto pervertito che si mostra censorio ad hoc, muta la sua natura e diventa pratica de-ritualizzata e legittimazione dell’Osceno. Il maggior contributo a questo delirio è figlio delle acquiescenze di una generazione genitoriale che ha prodotto individui incapaci di conflitto, di limite e di negazione. Educati nell’idea di una libertà senza rischio, questi figli del benessere tardo-novecentesco hanno confuso il diritto con il desiderio, l’identità con la prestazione, la vulnerabilità con una forma di potere. La generazione che gridava “vietato vietare” ha finito per generare la società più normativa e sorvegliata di sempre. L’antiautoritarismo si è trasformato in iper-autorità del consenso, la ribellione in regolamento, la sensualità in protocollo di comportamento. In questa genealogia si inscrive la nuova moralità woke: non nasce dal dogma religioso, ma dal senso di colpa laico ereditato da padri e madri che, incapaci di trasmettere senso, hanno trasmesso soltanto paura. Paura del giudizio, del desiderio, della parola non conforme. È da questa educazione iperprotetta, neutra, “inclusiva” per difetto, che deriva il bisogno ossessivo di controllo morale travestito da sensibilità. Una generazione che non conosce più l’iniziazione, il rischio, la ferita – e che perciò non sa più trasformare il dolore in conoscenza. Come osservava Foucault, ogni epoca riorganizza il dispositivo della sessualità in base alle proprie forme di potere: oggi la libertà coincide con il controllo capillare, e la trasgressione si realizza solo nei confini che il sistema stesso impone. In questo senso, la proliferazione dei corpi digitali (OnlyFans, pornografia interattiva, feticismi mediatici) non è segno di liberazione, ma di iper-visibilità. Ciò che un tempo era “perverso” – nel senso di deviazione simbolica, come in Bataille – ora si dissolve nel flusso dell’immagine e diventa amministrazione dell’osceno. Baudrillard lo aveva previsto: la pornografia non scandalizza più, perché tutto è già pornografico. L’osceno non è più il fuori, ma il dentro: il sociale stesso, immerso in una trasparenza che annulla il segreto. La “sacra perversione”, privata del suo rituale e del suo rischio, si converte in routine spettacolare. È la fine del desiderio come differenza, sostituito dalla sua riproduzione seriale. In questa neutralità programmata, la violenza non scompare: si accumula. Deleuze avrebbe parlato di “corpi senza organi” in attesa di un evento. Quando il desiderio è gestito come algoritmo, la pulsione cerca sfogo altrove – non nel piacere, ma nell’esplosione. In questa genealogia, la trasgressione non è più atto ma estetica, e la colpa non è più etica ma linguistica. È il regno dell’“io includente”, che vieta per eccesso di tolleranza e si scandalizza per difetto di realtà.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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