ATLANTE INTERIORE Carme I: “La Mappa Difettosa”

Risvegliarsi nel mezzogiorno plumbeo
Uccelli color caramello e Californie dagli arcobaleni percorribili
Lo spazzolino elettrico e il mentolo nella vertigine della disautonomia
Ti trascini ancora la speranza del sogno dentro l’occhiaia della progressiva
Lente, catrame dell’asfalto della periferia di San Diego, facevi rifornimento.

C’erano i tuoi compagni di viaggio, musicisti, che fine hanno fatto?
L’Etna pare accucciata, l’enorme escrescenza, richiami al reparto Dermatologia
Risponde la venditrice d’auto sulla Route 66, si chiama Michelle, la conosci
Nella realtà onirica di quelle Californie dagli arcobaleni percorribili
Cos’è questa fredda giornata di novembre – ti chiedi – mentre sfrecci
Fra la tortuosa Timpa, con lo scooter smangiucchiato dal catrame dell’asfalto
E il cielo come una tovaglia da mare che si squaderna obliqua sul bancone del “Bellavista”.

Non capisci che quel richiamo di donna antica altro non era che profumo
Di liquori passiti che giammai osasti assaggiare: era la Sicilia furente dei Settanta
Con le Seicento multiple dai clacson che parevano bigné e gli enormi sterzi pitagorici
Che ruotavano all’infinito verso la città bramata, taxi stracolmi di bidelle
Grembiuli e polpacci volitivi, atleticamente avvezzi alla pulizia delle scale
Nella torsione da refettorio che trasudava efficacia e morte dell’arte
Trionfo e dispetto della decadenza del riscatto operaio che ti rendeva estraneo.

In questa desolazione densa tu provasti felicità, ma una felicità ovattata
Che profumava di futuro, di un divenire che sempre considerasti perenne
Perfin da morto, come il cadavere Phlebas, affioravi dalla superficie degli abissi
Ma oggi preme l’intervento dermatologico e nella sala d’attesa
Gli stessi polpacci poderosi di quel tempo sono una madre appesa
Ai brufoli della figlia.

Fuori dal balcone dello studio medico, la piazza pare un continente
Disegnato da un cartografo: il verde degli alberi le pianure, il marrone del tronco
Le montagne, il sesto piano è una vertigine che si aggiunge alla cronicità della mia.

Nei sogni i morti parlano e narrano di vicende mai accadute, di paesaggi esotici
E di belve chimeriche
E di strani portali
Percorsi
Di strade che ingannano
Il laser del chirurgo è la spada di Darth Vader che incide
Il lavoro indefesso del bambino-schiavo di Tatooine, la bottega meccanica
La mutilazione di braccia-gambe-volto, il respiro mantice della fabbrica
La maschera-feticismo, l’oscena utopia dell’Impero, il dispositivo foucaultiano
L’interfaccia tecnica.

Nell’orto versavi l’alcool denaturato e davi alle fiamme le tane delle formiche
La fattura da pagare è di centocinquantadue euro.
Le due euro sono per la marca da bollo.

POSTFAZIONE – Annuncio di un nuovo corso poetico. Dopo cinque libri di poesia, mi sono accorto che il mio modo di scrivere non mi bastava più. Non perché fosse esaurito, ma perché era diventato un territorio conosciuto, una geografia già tracciata. C’era bisogno di uno spostamento. Non un’evoluzione lineare, ma qualcosa di più brusco: una deviazione, una fenditura, un cambio di pressione. Questo nuovo corso nasce così: non come un progetto, ma come un cedimento strutturale. Un punto in cui la lingua, invece di obbedirmi, ha cominciato a stratificarsi, a sovrapporre tempi, luoghi, memorie, sogni e residui del quotidiano. Un linguaggio meno lirico e più geologico. Meno “poetico” e più sismico. La mia poesia precedente cercava ordine nella frattura; questa, invece, lascia che la frattura si estenda, che prenda spazio, che si faccia mappa. Nasce così una scrittura che non procede più per immagini isolate, ma per placche: blocchi narrativi, ricordi verticali, materiali che non si dissolvono ma restano incastrati uno sull’altro come depositi di ere diverse. Esteticamente, lo definirei uno stile poetico-cartografico: ossia un tentativo di disegnare l’interno non con simboli astratti, ma con i resti concreti di tutto ciò che la vita deposita ai margini della coscienza. Letterariamente, è un modernismo contaminato, in cui la memoria non è più soltanto elegia, ma un dispositivo narrativo che convive con la cultura pop, la burocrazia, la medicina, il lavoro, la geografia, e con quelle interferenze che normalmente la poesia respinge. Atlante Interiore è il primo libro di questo nuovo corso. Non so dove porterà questo nuovo ciclo. So solo che non potevo più scrivere come prima.

PS Vi ho regalato il primo Carme

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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