Estasi della vita e della morte

La carne non basta. Tutti noi sentiamo nel profondo che i nostri limiti corporei sono una barriera contro il delirio della Luce e della Tenebra. Lo sguardo distratto, talvolta, si posa sull’inerte del tavolo da cucina, e una sensazione d’immensità ci assale mentre, nel tripudio della lotta fra tramonto e crepuscolo, va intrufolandosi la gioia nella sua essenza più reale e a noi interdetta. Che farne di tale semantica? Come tradurre questi geroglifici se non lasciandosi cullare dall’estatica “verità che è sempre un po’ più grande del vero”? La mia vita è ormai tesa all’ascolto di tale risonanza magica, e ogni mio gesto – artistico, funzionale, involontario – a me par rispondere alle logiche di questo incantamento dislocato su diversi piani del percepito, eternamente fisso e al contempo errante, come un fluido misterioso. A questa sorta di presagio sento di dover venerare l’idolo del mio venir meno, e nel linguaggio erotico cogliere il barlume di questo confine in cui si mimetizza il soprannaturale, come in certe liriche di san Giovanni della Croce, in cui la descrizione diventa la brocca traboccante di contenuti abissali.

“Tutto ciò che ci parla viene dal versante della morte”, scrive Patrizia Campo: è il suono della perenne metamorfosi che stravolge le nostre coordinate percettive, al fine di renderci pronti per quel fatidico momento in cui non bisognerà mai abbassare lo sguardo.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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