
Negli anni Ottanta e Novanta una parte consistente della cultura di sinistra europea e americana si fondava su un presupposto teorico abbastanza chiaro: la difesa della pluralità delle culture contro l’uniformazione occidentale. Il terzomondismo, con tutte le sue ingenuità e le sue mitologie politiche, nasceva proprio da questa intuizione. Il mondo era pensato come un mosaico di civiltà, religioni, sistemi morali e strutture sociali differenti, e l’Occidente veniva criticato precisamente per la sua tendenza a ridurre questa complessità a un unico modello antropologico. Quella sinistra poteva essere accusata di molte cose, ma non di voler uniformare il pianeta. Al contrario, vedeva nella diversità delle forme di vita una ricchezza storica e antropologica. Negli ultimi vent’anni questo paradigma si è progressivamente rovesciato. Una parte rilevante della cultura progressista occidentale ha abbandonato il pluralismo antropologico per adottare una nuova forma di universalismo morale. Non più l’universalismo illuministico dei diritti, ma una versione etico-identitaria che tende a classificare culture, tradizioni e istituzioni secondo un unico sistema di valori considerato moralmente definitivo. È qui che nasce ciò che oggi viene chiamato cultura woke. Il paradosso è evidente: un movimento che si percepisce come radicalmente progressista finisce per riprodurre, con strumenti morali invece che coloniali, lo stesso impulso uniformante che la sinistra novecentesca criticava nell’Occidente. Il mondo torna così a essere diviso in due categorie: ciò che è conforme al paradigma morale dominante e ciò che deve essere corretto, rieducato o eliminato. È una logica che ignora una legge elementare dei sistemi complessi: la diversità non è un difetto del mondo ma la sua condizione di esistenza. In biologia l’evoluzione nasce dalle mutazioni. In cosmologia l’universo stesso esiste perché all’inizio non era perfettamente uniforme: piccole fluttuazioni nella distribuzione della materia hanno generato galassie, stelle e pianeti. Se il cosmo fosse stato perfettamente omogeneo sarebbe rimasto una distesa sterile di particelle. L’ordine assoluto produce il nulla. La vita nasce dalla deviazione. Gli ecosistemi funzionano allo stesso modo. Non elimini gli squali perché sono pericolosi per l’uomo. Non elimini i serpenti o gli orsi polari perché possono uccidere. Esistono dentro un equilibrio complesso e quando una specie viene distrutta l’intero sistema si altera. Questa intuizione ecologica elementare sembra però scomparire quando si passa dalle specie alle culture. Allora la differenza diventa una colpa. Popoli, civiltà, religioni devono essere rieducati, normalizzati, allineati. Quando questo non accade interviene la forza, oppure la delegittimazione morale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ogni volta che l’Occidente elimina uno dei suoi mostri geopolitici il sistema che lo circondava collassa producendo disordine e instabilità. Il motivo è sempre lo stesso. I sistemi complessi non funzionano eliminando l’anomalia. Funzionano attraverso pluralità, tensione e differenza. La stessa dinamica vale anche per le identità politiche. Molti Stati moderni fondano la propria legittimità su genealogie antichissime, su idee di sangue, di popolo o di destino religioso, come se la storia fosse una linea continua. Ma quasi tutte le identità nazionali sono costruzioni relativamente recenti. L’Italia nasce nel 1861. La Germania nel 1871. Molti Stati del Medio Oriente emergono solo dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Le civiltà hanno sempre costruito narrazioni retrospettive per dare profondità al proprio passato: Roma con il mito di Enea, l’Europa medievale con genealogie troiane inventate per le dinastie, molte tradizioni religiose con figure fondative a cui vengono attribuite leggi e testi molto più tardi. Sono narrazioni identitarie, e tutte le comunità politiche ne producono. Il problema nasce quando queste narrazioni diventano criteri di esclusione e quando la complessità storica viene ridotta a un’identità unica definita per sangue o per suolo. È la vecchia idea romantica ottocentesca del Blut und Boden, sangue e terra, che il Novecento ha portato alle sue conseguenze più estreme. Ma l’errore più grande dell’Occidente contemporaneo non è solo questo. È la convinzione che il mondo debba essere moralmente uniforme. Che tutte le culture debbano convergere verso un unico modello antropologico e politico. È un’illusione pericolosa, perché l’evoluzione — biologica, storica e cosmica — nasce sempre dalla deviazione, dalla tensione, dalla differenza. Eliminare il mostruoso significa eliminare il motore stesso della realtà. L’universo nasce da un’anomalia. La vita nasce da mutazioni. Le civiltà nascono dal conflitto. Un mondo perfettamente allineato non sarebbe una civiltà superiore. Sarebbe semplicemente un deserto.
