Geometria dell’aldilà

Io devo poterlo dire. Oramai la mia vita onirica è inconcepibile. Io non sono in grado di tradurre la complessità (è solo una parola che non rende il senso), il livello surreale (è solo una parola che non rende il senso), l’affabulazione (è solo una parola che non rende il senso), la preziosità del dettaglio (è solo una parola che non rende il senso), l’incommensurabile ordito (è solo una parola che non rende il senso), di quanto vado “vivendo” durante la fase del sonno. È una cosa che mi dà immensa fiducia su ciò che avverrà dopo il trapasso, ed è un senso di consapevolezza che si centra su un correlato empirico di queste avventure.

Perché ciò che accade nei miei sogni non ha nulla della casuale confusione che la vulgata neurologica attribuisce al sonno. Non vi è solo proliferazione di immagini. Vi è costruzione. Vi è drammaturgia. Vi sono luoghi che ritornano a distanza di anni con una topografia stabile, strade che riconosco, città impossibili che hanno quartieri, corridoi, scale, geografie interne più coerenti di quelle di molta realtà diurna. Vi sono personaggi che sembrano sapere cose che io non so, dialoghi che non avrei saputo scrivere da sveglio, dettagli minimi — una luce su una parete, una frase detta di sfuggita, il rumore di una porta, una curva di montagna — che possiedono una precisione quasi intollerabile.

A volte ho la sensazione che il sonno non produca quei mondi, ma li attraversi. Che la coscienza, liberata dalla tirannia del corpo, della cronologia e della funzione, entri in una forma di esperienza infinitamente più vasta, in cui il reale appare per ciò che forse è sempre stato: una minima porzione, un lembo, una crosta.

E allora io non riesco più a considerare il trapasso come annientamento. Mi appare piuttosto come un’estensione di quel principio. Come il definitivo ingresso in una regione in cui quella smisurata facoltà affabulatoria, simbolica, metamorfica, non sarà più interrotta dal risveglio.

Se una mente addormentata, ancora legata a un cervello, a un letto, a un corpo che respira, è capace di generare universi di questa portata, allora non vedo perché dovrei credere che tutto termini nel nulla. Il nulla, semmai, mi pare l’ipotesi più povera, più piatta, più dozzinale di tutte. E non si tratta soltanto di paesaggi o di narrazioni. In quei sogni io dispongo di consapevolezze che da sveglio non possiedo minimamente. Mi trovo a progettare motori per navicelle capaci di attraversare spazi impossibili, io che nella vita reale non so nulla di matematica o di ingegneria. Eppure lì tutto mi appare evidente, necessario, perfino ovvio. Vedo formule di una complessità inaudita, strutture, diagrammi, relazioni che comprendo perfettamente finché sono dentro quel mondo. Scrivo su lunghi rotoli che si svolgono in senso antiorario, e dalla scrittura stessa cola una sostanza scura e luminosa insieme, una sorta di inchiostro vivo, fatto di lettere matematiche e letteratura insieme, come se la formula e il racconto fossero la stessa cosa. Quella sostanza, scendendo lungo il foglio, genera poi minuscoli microchip, frammenti di materia pensante che vengono inseriti nei motori di queste macchine. E io, nel sogno, so perfettamente a cosa servono, come funzionano, quale principio incarnano. Al risveglio non me ne resta che una traccia, una specie di nostalgia intellettuale violentissima, la sensazione di avere intravisto per qualche istante una forma di conoscenza immensamente più ampia e più profonda di quella consentita dalla vita vigile.

Ecco l’ho scritto.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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