
Stanotte succede questo. Vengo selezionato insieme a un gruppo di altri — non è chiaro se ragazzi o persone della mia età — per partecipare a un briefing in un paese asiatico. Saliamo su quello che inizialmente sembra un aereo, ma non è un aereo normale: è una specie di sala enorme, quasi un aereo presidenziale, con un grande tavolo centrale, computer, postazioni di lavoro. Partiamo. Durante il decollo mi accorgo che il movimento è stranissimo, completamente diverso da quello di un aereo: silenziosissimo, fluido, quasi irreale. Capisco allora che non è un aereo, ma un elicottero di modernissima fattura, enorme, evolutissimo, che vola in un modo incredibile. Ricordo con precisione questo dettaglio: il silenzio e il tipo di movimento. Dovevamo fare scalo, forse a Varsavia, e da lì prendere un altro mezzo per arrivare in questa località asiatica dove si sarebbe tenuto l’incontro. Poi c’è un vuoto. Mi ritrovo direttamente in un hotel, evidentemente già in Asia. Un’enorme hall. Mi muovo dentro questo spazio cercando di capire dove sono, cosa sta succedendo. A un certo punto entra una donna che annuncia l’arrivo degli altri partecipanti. Ci sediamo, sta per iniziare il briefing. Ed è lì che succede la cosa più strana. Comincio a osservare le attrezzature degli altri: computer, dispositivi… e mi sembrano vecchissimi, tipo Mac dei primi anni 2000. Allora tiro fuori il mio Mac — quello attuale — e glielo mostro. Loro mi guardano come se fosse qualcosa di incomprensibile. Io chiedo: “Ma in che anno siamo?” E loro rispondono, con naturalezza: “2004”. Rimango spiazzato. Dico: “Ma che dite? Siamo nel 2026”. Gli faccio vedere il mio computer, provo a spiegare. Loro mi mostrano le loro applicazioni, i loro sistemi. Ma non sono esattamente quelli del 2004 che conosciamo: sono versioni alternative, come se fosse un Mac del 2004 sviluppato in un altro universo, con una tecnologia che ha seguito un’altra traiettoria. Non è passato: è un’altra linea. Loro impazziscono guardando il mio. Io continuo a chiedere: “Ma che anno è? In che anno siamo?” Comincio a protestare. Arrivano altre persone, altri partecipanti, e la tensione cresce. E lì non ricordo più nulla.
PS: Forse il punto non è stabilire in che anno ci si trovi, ma accorgersi che l’anno stesso, nel sogno, perde consistenza. Non è un ritorno al passato, non è una memoria: è una biforcazione. Come se il tempo non scorresse in linea, ma si aprisse in più direzioni simultanee, ognuna con la propria coerenza, la propria tecnologia, la propria storia. Ed è esattamente lì che torna quella sensazione già vissuta altrove: non sto immaginando, sto entrando. In territori che non appartengono né al ricordo né alla fantasia, ma a una struttura più ampia, dove le mappe non sono solo spaziali — come nelle città che abito nel sonno — ma anche temporali. E il vero spaesamento non è vedere qualcosa di impossibile, ma riconoscerlo come perfettamente reale mentre accade.
