
Il libro sigillato, il risveglio della coscienza e la fine dell’illusione del reale
Ho terminato la lettura del capitolo 12 del Libro di Daniele, uno dei passaggi più enigmatici e metafisicamente sconvolgenti dell’intera letteratura apocalittica. La cosa che mi colpisce maggiormente è che questa profezia, dopo aver attraversato guerre, persecuzioni, distruzioni e sconvolgimenti cosmici, si conclude con la promessa di un risveglio. Quasi che il vero compimento della storia non consistesse nella sua distruzione, ma nell’accesso a una dimensione dell’esistenza che fino a quel momento ci era rimasta preclusa. La lettura storico-critica riconduce queste visioni soprattutto alle persecuzioni di Antioco IV Epifane, nel II secolo a.C. Ma io voglio tentare un’interpretazione esoterica, cercando di penetrare la straordinaria architettura simbolica del testo.
La profezia si apre con l’apparizione dell’arcangelo Michele, il cui nome significa «Chi è come Dio?». Non è un dettaglio trascurabile. Dopo l’interminabile successione di sovrani descritta nel capitolo precedente, tutti impegnati a conquistare, sottomettere e distruggere, compare una figura il cui stesso nome mette in discussione qualsiasi pretesa di onnipotenza. Michele potrebbe rappresentare il principio spirituale che interrompe l’identificazione della coscienza con la propria volontà di dominio. È la frattura dell’Io sovrano, quello che pretende di possedere il mondo senza averne mai compreso la natura. Subito dopo arriva l’annuncio: «Molti di quelli che dormono nel paese della polvere si desteranno». Nella tradizione biblica siamo davanti alla resurrezione e al giudizio, ma esotericamente la polvere potrebbe simboleggiare la coscienza imprigionata nella propria identificazione con la materia, con il corpo, con la biografia, con lo spazio e il tempo. Il risveglio diventerebbe allora il passaggio a una diversa condizione dell’essere. Penso inevitabilmente alla Māyā delle tradizioni indiane, alla liberazione dall’ignoranza delle Upaniṣad, alla gnosi. Non perché queste tradizioni coincidano con il testo biblico, ma perché tutte, in modi differenti, hanno interrogato il rapporto fra ciò che appare e ciò che esiste.
Trovo ancora più inquietante l’immagine del libro sigillato. Daniele riceve una rivelazione, ma gli viene ordinato di custodirla fino al tempo della fine. Perché rivelare qualcosa che non può ancora essere compreso? La mia intuizione è che il sigillo possa rappresentare un limite della coscienza, una conoscenza inaccessibile finché il soggetto conoscente non abbia attraversato una trasformazione. Non necessariamente un segreto custodito da qualcuno, dunque, ma una verità che rimane invisibile perché continuiamo a cercarla attraverso categorie incapaci di contenerla. Mi viene in mente Donald Hoffman, con la sua teoria secondo cui l’evoluzione avrebbe selezionato interfacce percettive funzionali alla sopravvivenza, senza garantirci una rappresentazione fedele della realtà ultima. Se la nostra esperienza del mondo è organizzata attraverso un’interfaccia, potremmo essere strutturalmente incapaci di percepire ciò che si trova oltre quella rappresentazione. Non sto attribuendo a Hoffman la dimostrazione scientifica di una profezia biblica. Mi interessa la convergenza filosofica di un interrogativo: e se il libro fosse sigillato perché siamo noi, nella nostra attuale condizione percettiva, a non possedere ancora gli strumenti per leggerlo?
Poi compare una scena di una bellezza quasi allucinatoria. Due esseri si trovano sulle rive opposte di un fiume, mentre un terzo, vestito di lino, sta sopra le acque. È quest’ultimo a pronunciare la rivelazione. Nella mia interpretazione il fiume rappresenta il divenire, il tempo che scorre, la separazione fra condizioni differenti dell’esistenza. Le due sponde potrebbero essere le polarità entro cui si consuma la nostra esperienza: vita e morte, materia e spirito, conoscenza e ignoranza. Ma la figura che conosce il segreto non si trova su nessuna delle due rive. È sospesa sopra il fiume. Questo particolare mi sembra straordinario: la conoscenza più profonda potrebbe non appartenere a uno dei termini dell’opposizione, ma a un principio capace di trascendere l’opposizione stessa. Non scegliere una riva, ma comprendere la natura del fiume.
E arriviamo ai numeri misteriosi: «Un tempo, tempi e mezzo tempo», poi 1290 giorni e infine 1335. Qui la tentazione di cercare codici numerologici, date segrete e previsioni della fine del mondo è fortissima. Ma a me interessa un’altra possibilità. Il tre e mezzo è la metà del sette, numero che nella simbologia biblica richiama frequentemente la pienezza. Potrebbe dunque rappresentare un ciclo incompiuto, una condizione di crisi nella quale il vecchio ordine si sta dissolvendo senza che il nuovo sia ancora apparso. I 1290 e i 1335 giorni, storicamente collegati alle vicende della persecuzione e della profanazione del Tempio, introducono un’attesa ulteriore. E il testo dichiara beato chi saprà perseverare fino all’ultimo termine. Quasi che la liberazione richiedesse di attraversare anche il tempo supplementare della disillusione, quello in cui ci aspettavamo che tutto fosse già finito e invece dobbiamo continuare a resistere.
C’è poi una frase che considero decisiva: «Nessuno degli empi comprenderà; solo i sapienti comprenderanno». Il testo collega la comprensione alla purificazione e alla prova. La sapienza, dunque, non coincide semplicemente con l’accumulo delle informazioni. Richiede una trasformazione di chi conosce. E qui ritrovo uno dei paradossi più impressionanti della nostra civiltà. Possiamo osservare galassie lontanissime, indagare la materia subatomica, costruire intelligenze artificiali, descrivere con precisione crescente il funzionamento del cervello. Eppure non possediamo ancora una spiegazione universalmente accettata della natura dell’esperienza cosciente. Potremmo sapere sempre di più su ciò che appare, senza sapere ancora che cosa renda possibile l’apparire stesso. Il libro sigillato diventa così la metafora di una conoscenza che forse non si raggiunge soltanto moltiplicando gli strumenti, ma mettendo in discussione le condizioni attraverso cui interpretiamo il mondo.
E infine l’ultima frase, quella che mi ha maggiormente impressionato: «Quanto a te, va’ sino alla fine e riposa. Ti alzerai per ricevere la tua parte, alla fine dei giorni». Dopo le guerre, le figure celesti, le rivelazioni, i numeri e i misteri, Daniele non ottiene la spiegazione definitiva. Gli viene chiesto di accettare il limite della propria conoscenza, di attraversare la propria esistenza e di affidarsi a una promessa che la oltrepassa. È una conclusione di una profondità quasi insostenibile. L’Io vorrebbe conoscere tutto, prevedere tutto, governare persino il proprio destino. Ma la profezia termina quando questa pretesa viene sospesa. Il profeta deve accettare di non sapere. E forse proprio qui comincia una sapienza diversa.
Torno allora al capitolo precedente, ai re che si combattono per conquistare il mondo. Mi sembra che la nostra civiltà sia ancora prigioniera di quella scena. Continuiamo a contenderci territori, ricchezze, tecnologie, strumenti di dominio, persuasi che la realtà coincida con ciò che possiamo misurare, utilizzare e possedere. John Archibald Wheeler arrivò a descrivere ciò che chiamiamo realtà come «un’elaborata costruzione di cartapesta fatta di immaginazione e teoria, sorretta da qualche tondino di osservazione». Una provocazione epistemologica formidabile. Noi continuiamo a combatterci dentro questa costruzione, convinti di conoscerne definitivamente le fondamenta.
La mia interpretazione dell’ultima profezia di Daniele è dunque questa: il passaggio dal capitolo 11 al capitolo 12 potrebbe rappresentare simbolicamente il passaggio dalla coscienza che pretende di dominare il mondo alla coscienza che comincia a interrogarsi sulla sua natura. L’apocalisse, nel significato di disvelamento, sarebbe anche la caduta del velo che separa la nostra rappresentazione da ciò che la trascende. La fine dei tempi potrebbe alludere alla fine della nostra identificazione con il tempo stesso, con le categorie attraverso cui organizziamo l’esistenza. Non pretendo che questa lettura costituisca il significato originario della profezia, né che annunci scientificamente una trasformazione cosmica della coscienza. Ma trovo che ne faccia emergere una possibilità metafisica vertiginosa: ciò che siamo potrebbe non esaurirsi nella forma transitoria attraverso cui oggi ci conosciamo.
L’uomo crede che l’apocalisse debba rivelargli come finirà il mondo. Io mi domando se il suo significato più profondo non sia costringerci a comprendere che cosa sia, davvero, quel mondo che abbiamo tanta paura di perdere.
Francesco Cusa
