IL MIO OSSARIO, “IL GRANDE UNO”, “2056”, “VIC” E CERTI SOGNI SMISURATI CHE NON RIESCO PIÙ A TRASCRIVERE, OVVERO CONFESSIONE DI UN MORTALE CHE AVREBBE ANCORA PARECCHIO DA COMUNICARE: PERCHÉ OCCORRE LEGGERE LE TRAGEDIE CLASSICHE E LA BIBBIA

Leggo Eschilo, Sofocle ed Euripide perché siamo ancora dentro quelle tragedie. Abbiamo cambiato gli strumenti, allungato la vita, moltiplicato le spiegazioni. Continuiamo a perderci nelle conseguenze delle nostre scelte, a ferire qualcuno credendo di salvarlo, a scoprire troppo tardi quanto la nostra esistenza fosse annodata a quella degli altri. I Greci ci chiamavano mortali. Una definizione piuttosto precisa, che abbiamo imparato a considerare quasi una scortesia.

La terribilità di Elettra, il riconoscimento di Edipo, le mostruosità familiari ci riguardano ancora. Leggerli allena lo sguardo sulla fragilità e sul limite. Ci costringe a misurare quanto poco sappiamo di ciò che stiamo facendo mentre lo facciamo, e di quante vite coinvolgiamo. Chiamerei questa esperienza una maieutica del dolore: qualcosa viene alla luce attraverso la sofferenza, ma chi finalmente comprende rimane esposto alla propria caducità. La conoscenza può arrivare quando ormai non serve più a salvarci.

Per chi abita la cultura occidentale, leggere la Bibbia e le tragedie greche può avere anche un valore terapeutico. In quei testi c’è il nostro ossario, c’è il nostro rimosso. Ci sono colpe ereditate, desideri inconfessabili, sacrifici ai quali abbiamo cambiato nome. Ci sono gli dèi, immortali e tuttavia capaci di crudeltà, gelosie, capricci. Tornarci significa riconoscere ciò che continua ad agire dentro di noi, anche quando ci crediamo finalmente emancipati dal mito. Edipo deve ancora sapere chi è. Elettra deve ancora ottenere la sua vendetta. Noi dobbiamo ancora seppellire qualcuno.

È proprio questa insistenza del limite a rendermi così interessato al suo possibile superamento. La malattia, la perdita, la vecchiaia mi interrogano come condizioni dalle quali vorrei uscire. Non riesco a trasformare la nostra scadenza biologica in una virtù soltanto perché, finora, ci è toccata. Da qui il mio interesse per le ricerche sull’invecchiamento, comprese quelle di David Sinclair, per le possibilità ancora aperte e per ciò che resta da dimostrare. Capisco il bisogno di imparare a morire. Intanto vorrei continuare a vivere, possibilmente senza dover assistere alla demolizione progressiva di tutto ciò che amo.

Mi interessa l’intelligenza artificiale anche perché potrebbe modificare il frazionamento della conoscenza. Ognuno di noi vive dentro una porzione minuscola dell’esperienza possibile. Dell’altro riceviamo racconti, segnali, traduzioni approssimative. Possiamo amarlo per una vita senza sapere davvero come abiti il proprio dolore. Le tragedie mostrano anche questo: esseri legati gli uni agli altri che agiscono dentro conoscenze parziali, interpretano male, ignorano qualcosa di decisivo.

Immagino allora una connessione capace di attraversare questa separazione. Condividere ricordi, percezioni, emozioni, fino a sentire dall’interno ciò che oggi possiamo soltanto tentare di comprendere. Forse diventare dèi, nella mia visione, significa anche questo: conoscere tutto di tutti, vivere l’esperienza altrui, non avere più segreti. Una prospettiva nella quale avverto una promessa enorme e qualcosa di terribile. Anche il segreto ci protegge. E avere accesso a ogni informazione non garantirebbe, da solo, la capacità di comprenderla. Il salto che immagino riguarda proprio la possibilità di partecipare a un’esperienza, con tutto ciò che questo potrebbe comportare per la nostra idea di individuo.

Ho scritto VIC e 2056 dentro questa inquietudine. In VIC è l’individuo a trascendere verso una forma d’interdipendenza spirituale; in 2056 la trasformazione investe il mondo e assume una dimensione cosmica, interattiva. Sono due modi di interrogare il confine che ci tiene separati e ci permette di dire «io». L’anima come software, il corpo come hardware: uso questa analogia per pensare il rapporto tra ciò che siamo e il supporto attraverso il quale facciamo esperienza. La coscienza rimane il problema aperto, anche quando il vocabolario tecnologico sembra averle trovato un alloggio.

Nella stessa visione torna il racconto adamitico. Mi piace leggerlo come l’immagine di una separazione e immaginare il futuro come un ritorno all’unità, a una consapevolezza ancestrale che il mito custodisce nelle proprie figure.

Il Grande Uno.

È un’ipotesi poetica e spirituale che mi accompagna: ciò che oggi viviamo come esistenze irrimediabilmente distinte potrebbe un giorno riconoscersi partecipe della stessa esperienza. La tragedia, allora, conserverebbe la memoria di quella frattura, di quando eravamo costretti a vivere e morire ciascuno dentro la propria porzione di mondo.

A tutto questo si aggiungono i miei sogni. Ormai non riesco più neanche a trascriverli, tanto è potente e minuziosa la creazione di fatti ed esseri che non esistono in questa realtà. Faccio fatica a credere che la mia mente possa generare, da sola, una simile immensità. Personaggi che sembrano possedere una vita precedente al mio incontro con loro, storie, pensieri, un’esistenza della quale intercetto soltanto un momento. Mi sveglio e dovrei descrivere tutto. Ho già perso quasi tutto.

Stanotte dovevo sostenere un esame di storia con alcuni docenti, dentro una situazione assurda. Una docente era alcolizzata e preparatissima. Ricordo l’annerimento dei denti, il cappello. C’era il suo assistente, un po’ obeso, la capigliatura brizzolata, un maglione nero. E tantissimo altro: dettagli che nel sogno vedevo con assoluta precisione e che adesso non riesco più a recuperare. Mi rimane soprattutto la sensazione che quelle persone avessero una propria profondità, che la loro esistenza proseguisse fuori dalla scena nella quale le incontravo.

L’altra notte dovevo accompagnare una creatura, una bambina che mi era stata affidata. Dovevamo fare una traversata Reggio Calabria-Messina, secondo quella geografia che nel sogno non richiede spiegazioni. La nave era infinita. Mi perdevo cercando di prendere il biglietto; la bambina doveva fare la pipì, l’avevo lasciata in macchina e non riuscivo più a ritrovarla. Una responsabilità terribile dentro uno spazio che continuava a sottrarsi. Al risveglio ne rimane l’angoscia, insieme allo stupore per la quantità di mondo che avevo appena attraversato.

Anche da qui viene il mio interesse per la coscienza. Il sogno mi mette davanti a una capacità d’invenzione che, da sveglio, non riconosco come mia. Non so che cosa autorizzi a concludere sulla realtà; so quanto sia difficile liquidarne l’esperienza dopo averla vissuta. A volte mi sembra di aver visitato qualcosa di cui conservo pochi resti. Torna l’urgenza di comunicarli, di salvare almeno una faccia, un cappello, quella bambina lasciata in una macchina che non trovo più.

Anche il sogno finisce nel mio ossario. Ci sono persone che ho perduto prima ancora di poterle raccontare.

Forse il mio bisogno indefesso di comunicare viene anche da questo. Scrivo, pubblico, intervengo, torno a scrivere. Devo frenarmi: faccio fatica a tenere qualcosa soltanto per me. Un pensiero appena formulato cerca già qualcuno al quale arrivare. Facebook riceve la sua parte quotidiana di questa mia incontinenza, ma dietro c’è la sensazione di dover lasciare un messaggio, trasmettere ciò che passa prima che vada perduto. A volte provo perfino la sensazione stranissima di averla già conosciuta, quella grande interconnessione tra esseri umani. Non saprei dimostrarla. È qualcosa che sento e che entra nella mia scrittura.

Leggo i tragici, torno alla Bibbia, scrivo di mondi futuri e cerco di ricordare persone incontrate nel sonno. Continuo a spedire frammenti con questo corpo destinato a interrompersi.

Mi piacerebbe che qualcosa arrivasse intero, almeno una volta: che qualcuno potesse attraversare ciò che ho visto, senza perderne subito quasi tutto nella fatica di raccontarlo.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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