Recensione di “Opache Clessidre” di Stefano Gresta

La poesia in “Opache Clessidre” di Stefano Gresta è poesia concreta, materica, sommo tentativo plastico d’intrappolamento del mistico. Potremmo definirla come l’autobiografia di un fantasma, ossia come la fruizione del Reale filtrata attraverso gli occhi gelidi dell’osservatore passionale d’un tempo. Il mondo che Gresta osserva è un mondo pulsante di vita e morte, un mondo di porte varcate e ancora da varcare con animo sereno, ma è un mondo opaco e sottoposto alla tirannica legge del Tempo. Eppure Stefano Gresta continua a sbirciare da dietro le quinte la successione e il consumarsi della fasi della vita (della sua di vita, di quelle legate ai suoi affetti, delle varie stagioni della Natura), consapevole e maturo, finalmente liberato da orpelli ed armature da guerriero, nudo di fronte alla cruda estasi dell’esistenza. E lavora di gomito, Stefano, disperatamente forse, nel tentativo di asciugare la sua poesia, di renderla meno partecipata, più eterea e cristallina. Per fortuna ci riesce solo in parte, ed è nello scarto involontario di questo proposito che, a mio avviso, si celebra la vera essenza liberata della sua poesia.

L’Immagine: Stefano Gresta indossa i panni del sommozzatore ed esplora le regioni ctonie dell’Inconscio alla ricerca di tesori.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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