Recensione di “Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino

(2015-10-17)

Film visionario, surreale, simbolico, catartico, onirico, iconoclasta, didascalico, ma vivaiddio, film “jodorowskiano”, che gronda di sangue e pastelli, di miserie e nobilità: stiamo parlando di “Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino, che dopo diciotto anni ritorna al lungometraggio.

Finalmente un cinema nostrano che parla di radici e viscere, che miscela rose e “sfaccimme”, sacro e profano, senza esitare, senza tergiversare, senza inutili perifrasi. Distante sideralmente da certa filmografia salottiera, “Per amor vostro” è un film visionario che riesce a stupire senza i paludamenti dell’ultimo Martone o le vetustà boccaccesche dei Fratelli Taviani. È una sorta di virus, di anomalia, di soggetto infetto che ci auguriamo possa diffondersi ad avvelenare il climax dei nostrani prodotti da sala-famiglia.

In una Napoli metafisica, vista dai balconi e dagli scorci che danno sull’immensità del mare, vibrano gli archetipi, grazie alla Santa Golino, davvero eccellente in questa prova mistica che restituisce la dimensione del sacro alla terra e riporta “a casa” i fantasmi.

La consacrazione del Regno delle Due Sicilie alla sua dimensione onirica e tragicomica, all’Ellade, è un simbolico sfregio alla fallocrazia romana. Qui è la vulva a roteare, a costruire e ad annientare i sogni, ad abbattere le mura per poi riedificarle. Il volo della Ruotolo bimba è il salto metaforico che tutto il meridione deve compiere per affrancarsi da questa cancrena teutonica del profitto, per restituire le maschere all’oblio, per riconsegnare la scure al boia e tornare al sacrificio dell’ara.

In Anna Ruotolo non c’è mai redenzione o spazio per una commiserazione sentimentale; la sua anima arde e brucia da “sempre”‘, nel travaglio delle esistenze che il femminino incarna e per ogni possibile residuato di bellezza sottratto alle fauci della tecnicizzazione del mito.

Il film di Gaudino è un film crudele che affastella generi e tecniche, elevando il patetico al sublime con la leggerezza di chi padroneggia la telecamera con noncuranza; è un salto rischioso nelle regioni oniriche dello stato di veglia, l’elogio della febbre della santità, o meglio: è la “Santa Sangre” partenopea che muove le ruote superne del “Foro di Brahma”, il quale, come è noto, profuma da sempre di celluloide.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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