
Pirandello si fa cinema, Signori e Signore, e il cinema teatro, con la leggerezza che solo una sceneggiatura sapiente può concedere ad una vera e propria opera d’arte. Ebbene sì, siamo di fronte a uno dei più riusciti esperimenti cinematografici di scrittura, ad una trama cesellata e complessa che tuttavia pare fluire come olio sul corpo dello spettatore, regalando momenti di irresistibile comicità e al contempo di calibrata profondità tragica (“una commedia drammatica” esclama Ficarra in un momento del film).
A fare da cornice essenziale è la “zoe” di questa eterna Sicilia, che da Girgenti a Catania si fa storia e metafisica, corrosivo cinismo e sacralizzazione dell’arte, e in definitiva teatro assoluto ove le maschere del teatro amatoriale si fondono con quelle dell’opera d’arte, essendone costrutto e sostanza fondante, maieutica di vissuto e cultura popolare. E dunque sui fatti di una Sicilia bucolica, campagnola e carrettiera, fatti che ruotano intorno al ritorno in incognito di un Luigi Pirandello in forte crisi creativa, viene a consumarsi il dramma-farsa de “La trincea del rimorso, ovvero Cicciareddu e Pietruzzu”, messo in scena dai due becchini del paese (Ficarra e Picone in una prova magistrale che rimanda ai Franchi e Ingrassia del cinema impegnato) e avente come spettatore segreto lo stesso Pirandello (il maestoso Toni Servillo di sempre). L’esibizione sul palco di provincia diventa così celebrazione della funzione catartica del teatro, grazie al frantumarsi del copione e alla partecipazione furiosa del pubblico, che determinerà l’illuminazione pirandelliana che sarà propria dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, ossia quella relativa al passaggio dalla tragedia alla commedia e poi all’assurdo dell’Inconoscibile che si materializza nell’oscena risata della Figliastra.
In questo senso, il film di Andò è meravigliosamente pirandelliano, giacché centrato sulla poetica del tema del doppio, del contrasto tra realtà e finzione che è poi espressione profonda del vissuto epico della sicilianità, di quella sorta di limbo geografico che si fa illimitata provincia e per ciò stesso fonte inesauribile di linguaggi.
“La Stranezza” è in definitiva la melanconia, lo “spleen” che coglie di sorpresa il viaggiatore in terra sicula, ma che affligge maggiormente i siciliani emigrati altrove in cerca di successo, presi come mosche nella trappola del giogo della memoria che imbriglia le coscienze per poi liberarle dopo la morte.
Un film da vedere e rivedere.
