
(2014-04-11)
I grandi artisti, i grandi registi parlano ad ogni uomo. Non sono catalogabili. Il loro è un linguaggio universale, intelligibile a chiunque. Innovano nell’armonia, sono iconoclasti nel superamento necessario delle vecchie forme, sono espressione della tradizione in movimento. Così per Chaplin, Kurosawa, Leone, Scorsese, Kubrick. Di quest’ultimo, a mio avviso, Lars Von Trier è l’erede, per analogia forse più che per prossimità, per spessore e densità, per il montaggio e le inquadrature, per il rapporto tra immagini e colonna sonora: in definitiva, nell’affabulazione.
La gamma intera della sfera emotiva – il grottesco, il patetico, il comico, il tragico, il patologico, l’effimero, il durevole, il bello – tutto viene messo in scena in questo racconto in chiave autobiografica, storia narrata da una ninfomane, microcosmo che racchiude il senso intimo della vita: patologia sacra, simulacro di verità, iato insolubile. E dunque:
la similitudine – il parallelismo con il trattato di pesca seicentesco;
la destrutturazione di ogni ideale “borghese” amoroso;
l’umiliazione, il senso di colpa – degli altri: “non si può fare una frittata senza rompere le uova. La mia era una dipendenza da lussuria non da bisogno“;
il non giudizio, l’accettazione, la non condivisione – ”la dipendenza porta a volte ad una totale mancanza di empatia“;
la solitudine, nel percorso catartico da compiere;
la “terribilità” dell’ordinario;
il trauma rigettato, lo scardinamento d’una qualsivoglia prospettiva analitica al di fuori del surreale simbolico;
la desolazione (ad es., durante l’anestesia propedeutica ad un’operazione occorsa nell’infanzia), ovvero la consapevolezza del varcare una soglia nell’assoluto vuoto, il familiare come mascheramento, inganno;
l’esautorazione d’onnipotenza delle figure genitoriali attraverso il patetico;
l’assenza della figura materna, il distacco dall’apologia del matriarcale, la fallocrazia del clitoride;
il riferimento al “delirium tremens” come componente conoscitiva – Poe e “La Rovina della Casa degli Usher”- la recisione del legame paterno;
l’ansia, l’orrore dell’oscurità, il collasso del sistema circolatorio e il perdurare del panico e dello stato paranoide, il delirio pre-mortem;
la perdita del decoro (incontinenza-esautoramento-amore panico) – ”quando morì mio padre non avevo più sentimenti. Fu davvero vergognoso“;
l’orgasmo simbolico alla morte del padre quale sigillo, il limite del corpo da valicare;
l’antipsicanalisi;
l’antisionismo;
la ninfomania come somma polifonica d’amanti – Bach – Jerome, l’amore come terza voce o “cantus firmus”, il nastro interrotto, la melodia spezzata – “non riesco a sentire niente“;
la delegittimazione della speranza;
la passeggiata come iterazione quotidiana, ripetizione indefinita del dettaglio.
Potremmo continuare ancora, e molto, dunque ci arrestiamo. Il cinema straordinario di Von Trier è sublimazione del didascalico, parabola, sapienza medievale, illustrazione nell’evidenziazione, alchimia sensoriale al suo livello estremo. Il regista si prende gioco della stessa macchina-cinema, utilizzando tutte le tecniche di divulgazione di massa, a partire dai social network, determinando così un circuito perverso in fieri, provocando una reazione a priori anche a chi non ha mai visto il film, né mai lo vedrà. (La recensione continua nella seconda parte del film).
