Recensione di “Bones and All” di Luca Guadagnino

Cannibalismo e diversità. Contro l’omologazione della società, “Bones and All” è il sovvertimento dei valori che mostra il mondo dalla prospettiva di due ragazzi antropofagi in perenne fuga. Siamo di fronte a un road movie ambientato negli USA degli anni Ottanta, alle soglie del crepuscolo del mondo analogico e dell’imminente rivoluzione digitale, a un immaginario adolescenziale figlio della ribellione, in cui le periferie del mondo sono confine e margine da valicare per dei dannati in cerca di speranza. La speranza di una vita “normale” la incarna Maren che mostra la via della catarsi al compagno di viaggio Lee, ossia quella di un riscatto sublimato dall’amore e dall’accettazione del vivere in coppia la maledizione e il dono dell’antropofagia.

Ma il Fato ha ben altri piani, e riconduce l’essenza del sacrificio alla logica dell’azione magica, alla funzionalità delle regole del rito, del nutrimento, dell’estirpazione del cuore che è pars pro toto della vita indistruttibile, della zoe indicibile, della funzione dionisiaca della specie.

Guadagnino realizza un film di rara forza e bellezza, un’opera che ha il grande merito di far luce ove alberga la tenebra del tabù, nel rimosso dove operano indefesse le nostre ancestrali pulsioni.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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