Recensione di “Capitan Harlock” di Shinji Aramaki

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(2014-01-03)

L’aura del mito aleggia nella sala, almeno per noi quarantenni, testimoni delle oscure vicissitudini di questo antieroe nel corso della nostra travagliata adolescenza.

Nella versione di Shinji Aramaki, questo splendido film d’animazione mostra l’enigmatico Capitano in una veste ancora più schiva e distaccata rispetto all’originale. Un uomo che ha come missione ultima quella della cancellazione stessa della vita nell’Universo, a seguito dell’orrore sparso nei millenni dalle generazioni di uomini per ogni dove. Il film attinge a piene mani alle precedenti versioni di Matsumoto, al fumetto e alla serie televisiva, ma per molti aspetti se ne distacca, descrivendo uno scenario apocalittico per un futuro in cui cinquecento miliardi di profughi sparsi per l’universo anelano al ritorno sulla Terra.

Il dipanarsi – complesso – della trama funge da sfondo alla preziosissima qualità delle immagini, in cui i corpi e i volti paiono muoversi in un differente contesto morfologico, alternativo al nostro, ma al contempo affine. La cura del dettaglio è quasi maniacale, spesso la camera si sofferma su particolari del vestiario (i guanti, la cintura), il sonoro si concentra sui rumori dei costumi in pelle, delle scarpe.

Vi è una certa sensualità implosa, quasi una sorta di silente perversione, tipica del resto della fascinazione piratesca di Harlock e di tutti i personaggi che animano il film. Le scene di battaglia spettacolari tendono forse ad imporsi rispetto alla natura “maudit” della serie e del personaggio , qui forse troppo in disparte, quasi icona silente e subalterna al reale protagonista (e nuovo Harlock): Logan.

Questa rappresentazione sontuosa ed ipertecnologica, finisce dunque con lo scalfire l’aurea romantica di Harlock, intaccata da ragioni di spettacolarizzazione visiva e dalla magnificenza delle immagini d’animazione. Rimane un film assolutamente da vedere e che si distingue appieno nel panorama della programmazione di genere.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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