
Nel “Fedone” di Platone si parla della meditazione come strumento di pratica “per avvicinarsi a ciascun oggetto con il suo solo pensiero, senza aiutarsi, nel suo meditare, né trarsi alcun altro senso insieme con il suo raziocinio (loghismòs)… astraendo, per quanto può, e da occhi e da orecchi, e insomma da tutto il corpo, tutto quello che perturba l’anima e non le permette di acquistare verità e intelligenza”.
Compito del filosofo è dunque quello di liberare l’anima dal corpo, pena l’assoluta incapacità di “conquistare compiutamente quello che desideriamo e che diciamo essere la verità”.
La sensorialità del corpo (aisthetis) impedisce la percezione delle idee nella loro essenza (ousìa) perché esse consono costituite di corpo.
Questa problematica della sublimazioni dei sensi passa attraverso il corpo nell’analisi di Kerényi. “Si tratta delle percossa misterica che le Menadi ricevevano all’atto dell’iniziazione come preventiva punizione per il loro atto orrendo”, così come il Dioniso-Héros calza un solo sandalo andando in battaglia con un piede nudo e Semele diventa la Baccante di suo figlio, e dunque al contempo madre e sposa del dio; tutti processi “ambigui” che denotano la necessità di superare i limiti della fisicità e della razionalità a vantaggio della follia e dell’irrazionalità dionisiaca di Eros.
Riferimenti: Angelo Tonelli “Sulla Morte”. Karl Kerényi “Dioniso”.
