Recensione di “Pacific Rim”di Guillermo del Toro

(2013-07-20)

Guillermo del Toro non commette quasi mai sciocchezze. In questo roboante film, il regista de “Il Labirinto del Fauno” (ricordiamolo) mette in scena il titanismo, in un riuscitissimo tributo ai film giapponesi degli anni sessanta (i kaiku-Godzilla) e dei successivi prodotti anni ottanta in chiave robotica (gli Jaeger-Mazinga).

“Pacific Rim”, pur muovendosi nei consueti ambiti del genere (aggiungiamo un bel: “per fortuna”), contiene elementi allotropici che spostano di continuo – in maniera infinitesimale – l’asse del soggetto filmico. La scena clou è in questo senso quella della bambina (Mako Mori da piccola), nel contrasto tra la ciclopica differenza di proporzioni con il Kaiku traumatico, e nel poetico ritrovamento (restituzione) della sua scarpetta rossa, vera e propria chicca in tutti i sensi: della citazione e visiva. Purtroppo ai non appassionati di videogames sarà sfuggita la verosimiglianza con due veri e propri capolavori del genere, entrambi prodotti dal celebre “Team Ico”: “Ico” (nel rapporto salvifico da parte dell’eroe con una creaturina indifesa per un mondo di spettri) e “Shadow of The Colussus” (il tema appunto del Colosso e della relazione grande-piccolo).

Il film scorre dunque apparentemente entro i binari chiassosi da blockbuster, al contempo però rilasciando spore mefitiche, funzionali al processo di straniamento dello spettatore, che viene sballottato da “Alien” a “Gosthbusters”, passando per “Aliens vs Predators” senza che neanche se ne renda conto.

I temi dell’Apocalisse poi, e della connessione neuronale dei cervelli, pur non essendo originali, contribuiscono a rendere intrigante il canovaccio dell’affabulazione. Tutti i difetti e i buchi nella trama, sono a mio avviso un patente omaggio all’universo di riferimento narrativo di quegli ormai mitici anni Ottanta.

Il mostruoso, il grottesco, il poetico: questi i temi reali del film, celati dietro il caos, dietro al piano manifesto dell’opera. Come alacri formiche, gli uomini fanno scempio e banchetto dei colossali corpi dei Kaiku. Questa l’immagine vivida che mi son lasciato alle spalle, all’uscita del cinema.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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