
La poesia di Annalisa Frontalini ferisce e non cicatrizza, mostra le piaghe del verso con scabrosa leggerezza, offre la materia del proprio corpo alla passionalità mai redenta. La catarsi è nel sangue, nel cammino doloroso, nella nudità cristica, nella flagellazione di amori celebrati nelle notti estive, nei sospiri dei silenzi ricercati.
Siamo di fronte a una sofisticata liturgia della carne, della genuflessione devozionale che rimanda a certi lavori di Leiris o della Valduga, liturgia che trova linfa nella sublimazione dell’accoglienza, nell’eterno istante che “scortica la vita e sussurra alla morte”. L’autrice, pur così “squassata, squinternata, infiammata”, è alla costante ricerca dialettica del sacro, dell’evocazione amorosa che tutto ingloba, di una sorta di animismo panico screziato dalla fiamma ossidrica del verso.
Bellezza e dolore, in un abbraccio perenne, “luce di oro/queste miserie/tra le tue braccia”.
