Le trappole del linguaggio: femminismo/maschilismo

Le parole si attaccano alle giugulari dei significanti, a loro volta in cerca di significati da violentare. Si chiama linguaggio quel fenomeno bioculturale costituito da ciò che consente la fonazione (capacità di articolare la mandibola) e dal complesso simbolico di segni che determinano un ambito culturale.

La stratificazione delle culture genera paradossi di ogni genere, infatti spesso si tende a confondere il linguaggio con la lingua, quest’ultima essendo il mezzo espressivo consentito dal linguaggio e ciò che definisce le caratteristiche delle relative leggi fonetiche.

Prendiamo uno dei paradossi linguistici attuali, la diade maschilismo/femminismo. È del tutto evidente che la parola maschilismo è attualmente connotata da una significazione negativa, trattandosi di un neologismo creato negli anni Sessanta per indicare una presunta superiorità bioculturale del maschio. Viceversa la parola femminismo fonda nelle sue radici su un movimento culturale atto a legittimare la parità dei diritti civili delle donne. Ecco emergere una sottospecie di significato: superiorità vs parità (a scavare bene, emergono perle nascoste). Attualmente la connotazione del termine femminismo è fortemente carica di un’ideologia politica tracimata nel cuore del linguaggio: rispetto alla vasta gamma politico-ideologica del suo passato, oggi il termine femminismo è attratto dalla polarizzazione della categoria gender; ciò a seguito della contrapposizione con il termine sex introdotta nel 1975 da Gayle Rubin. È da questo momento topico che viene a scindersi la componete bioculturale del termine fra caratteristiche biologiche e culturali dei due termini.

In buona sostanza nel 1975 comincia a scomparire il soggetto biologico in funzione di una categoria identitaria complessa, secondo un principio pulsionale tendente – al suo estremo – alla scomparsa definitiva di ogni peculiarità sessuale. Ancora una volta ecco emergere un’altra sottocategoria: il temine maschilismo è semplificazione negativa mentre il termine femminismo diventa complessità positiva. Pochi notano che questi processi di brutalizzazione della lingua portano a una sostanziale smantellamento del soggetto, con conseguenze tragiche per l’immediato futuro.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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