
Una delle ragioni per cui ho deciso di ritornare in questa Catania martoriata, abbandonata, offesa, umiliata è questa: oggi al bar una coppia di briosi stranieri stavano accumulando al bancone un cargo di pasticci, fra mezze granite, cannoli, cappuccini, arancini, brioche e non so cos’altro. Si apre il dibattito, giacché i due, non contenti, vorrebbero un mix tra caffè freddo e “cronata” di caffè. Nessuno parla inglese, dunque intervengo. Immaginate la scena come in un quadro: il barista immobile con in mano un bottiglione di caffè freddo e nell’altra una palettata di granita di caffè, colto in un frame perenne che lo eternizza, e una piccola, caravaggesca calca dalle bocche spalancate a far da contorno ai due stranieri. La questione alla fine viene risolta: la coppia nella foga ingorda del giorno di passaggio, bramava la delirante carrellata di sapori, culminante in una tautologica miscela di caffè e granita di caffè. Ne nasce un dibattito accorato. Intervengono altri avventori. Si crea un capannello. Invano si cercherà di fare intendere ai barbari – che nel frattempo addentano cialde di cannoli dopo averle intinte nella coppa di granita al pistacchio – circa il delirio di tali giustapposizioni del gusto. Rassegnato, abbandono la scena e mi immergo nei pensieri, mentre lo scooter incede per le stradine della campagna della Timpa. Ci rimane soltanto un barbaglio d’armonia nelle proporzioni del gusto: nello spazio anarchico in cui mi muovo, questa martoriata terra è ancora il riflesso di un mistero attivo.
