Del perché patisco la bellezza e la sinuosità del femminino.

Ma è vero, essi la temono/più che la morte, la bellezza è temuta più che la morte/più di quanto essi temano la morte.

Questi versi di William Carlos Williams sono miei.

Molte donne non mi comprendono quando affermo di soffrire di una vera e propria sindrome di Stendhal per il corpo, le forme, la suadenza, la seduzione, il fascino dell’essere femminile. Il mio è una sorta di spleen che mi spinge verso le spire di Thanatos, un impulso del tutto irrelato che, paradossalmente, annulla il soggetto precipitandomi in una sorta di Tartaro. Tale dannazione è figlia del duello tra Bellezza e Morte, e non può trovare pace nell’atto del possesso, giacché è proprio la fallibilità dell’Eva scacciata dal Paradiso Terrestre a rendermi perennemente vinto dalla levigatura e dalle imperfezioni del corpo, da questo perenne iato tra Natura e Idea.

In un certo senso, la donna avvenente e desiderata, esprime la reale natura della brama, che è legata alla potenzialità del tradimento, alla bugia sacra che genera la favola, all’oltraggio dell’ indecenza. L’amore è un surrogato. Scatta quando la passione erotica (Eros) si acquieta: allora riemerge il Soggetto e si placa la furia della fiera. La fiamma è spenta dal liquido sacro, ogni sentimento si fa libero dal tormento dell’estasi.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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