
La metafisica del cinema estetizzante e surreale di Anderson continua ad ammorbarmi e a procurarmi fastidì epidermici di una certa rilevanza. Con la myse en abyme e la metatestualità di “Asteroid City”, Anderson raggiunge il culmine della cerebralità filmica nel paradosso di una realizzazione cinematografia visivamente stupefacente. Tale contrasto, del resto cifra stilistica pregnante di tutta la poetica cinematografica del regista, contribuisce a generare lo straniamento che a tanti affascina e che a me irrita oltremodo. É proprio a causa della chirurgica progettualità tesa a tenere insieme il quadro sinestetico che, a mio avviso e per paradosso, finisce per collassare tutto l’impianto dell’opera, che risulta caotica, spezzettata e sublimata dai frammenti. In poche parole, Wes Anderson rimane intrappolato dalla cornice del suo stesso spazio scenico, che pare implodere su se stesso piuttosto che forzare i limiti di teatro, cinema, narrazione.
Il confine tra micro e macro storia non vive dunque di una dialettica fertile, soprattutto se a togliere le castagne dal fuoco è necessario l’intervento del Deux, della singolarità-aliena che congela il giudizio sul dramma esistenziale ponendolo su un piano altro, ulteriore, debordante, supponente. Gli attori – un cast stellare – paiono deprivati della loro stessa anima, di ciò che li ha resi sublimi, e si aggirano come zombie per la sideralità dei quadri, vampirizzati come sono dalla maniacale formalità del regista. In ció Anderson mi ricorda certi isterici compositori e musicisti (di quelli che piacciono tanto a certa critica), che tengono a freno la creatività dei partner in funzione di sterili obiettivi formali, con risultati spesso agghiaccianti. Wes Anderson è per me una dissonanza che non si risolve mai, la tela di una Penelope con l’Ulisse in casa.
