Universalizzare il particolare: tra guerre e parricidio, il delirio mediatico delle società della sorveglianza

“Universalizzare il particolare”.  La notizia fagocita il Reale. Una guerra, una strage, un genocidio in corso passano in secondo piano rispetto a un fatto di quella che un tempo veniva definita “cronaca nera”. Le giornate si susseguono nel rinnovato allarme tramite la dialettica perversa orchestrata dal circo mediatico: dal micro al macro, dalla cronaca locale all’apocalisse, tutto sembra convergere verso un finalismo semplificatore, verso estremi manichei. Il reale fine è quello di rendere sempre più impermeabili le società schiumizzate, di foderarle entro abiti comportamentali atti a neutralizzare lo spirito critico. Legioni di nuovi guelfi e ghibellini si fronteggiano quotidianamente sul piano virtuale con lo sfondo di un presentismo virale funzionale alla cancellazione della memoria breve. Ciò che sembrava apocalittico qualche mese fa (la guerra in Ucraina) cede il passo istantaneamente a una nuova guerra, o a un fatto di cronaca. Tentare di ragionare serve a poco o a nulla. Ricordare le menzogne costruite dal governo statunitense con la famosa boccetta di antrace di Powell usata proditoriamente per giustificare l’intervento in Iraq, rammentare tali fatti per dubitare sulle vicende attuali, viene considerato esercizio complottista. Così come il far notare che il termine femminicidio implica un assassinio di genere (e in Italia ve ne sono stati “solo” quaranta quest’anno) mentre uccidere una donna per ragioni economiche, passionali, di interesse ecc. è tecnicamente un omicidio, passa quale ragionamento da liquidare come “maschilista”.

Su tutto campeggia l’insostenibile maieutica progressista dell’educare il giovane (questa sì vera e propria paternale!), del come si dovrebbe procedere ad elevare le masse, con tutto l’armamentario delle vecchie stronzate da dipartimento-scuola-educazione, e se rammenti loro che in Svezia e Danimarca, nonostante la vasta educazione sessuale nelle scuole, il tasso di femminicidi e omicidi nei confronti delle donne è più alto che in Italia, rischi di generare uno scandalo.

Tutto par far leva sulla scorta dell’indignazione, nel paradosso di una società mercificata, depressa, libera nei costumi ma prigioniera dei nuovi linguaggi, e movimentata dalle schizofrenie del narcisismo patologico di genitori-amici-complici, (altro che patriarcato!). Si vuole controllare l’assurdo affibbiandogli l’ennesima etichetta, dimentichi della lezione di Foucault, della sua denuncia contro ogni tentativo di disciplinare il disagio e di nosologizzarlo.

La gente muore sotto le macerie causate dalle bombe mentre le opulente nazioni di Schengen costruiscono nuove prigioni e trappole, una nuova segnaletica proibizionista che si presenta con i crismi dei diritti civili e della parità di genere. Il mostro sta sempre lì, acquattato nell’ombra, e forse è un bene che l’orrore possa servire ancora da spauracchio e tabù rispetto a certe aliene e disumane plastificazioni delle coscienze.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

2 pensieri riguardo “Universalizzare il particolare: tra guerre e parricidio, il delirio mediatico delle società della sorveglianza”

  1. Plastificazione delle coscienze. Sono rimasta in silenzio davanti a queste parole che mi hanno fortemente impressionato.
    Grazie Francesco, non riesco sempre a leggere i tuoi articoli, ma quando lo faccio vado volontariamente verso un ruvido parlare poetico che riesce ad illuminare visioni sul reale.

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