
Oggi ho incrociato un mio vecchio compagno di scuola senza testa. “Quante ne abbiamo combinate, Mario, eh? quante…”. Lui mi osservava dai capezzoli per tramite dei due buchi sul maglione. Poi prese a parlare in borbottese con lo stomaco. Era un linguaggio che non praticavo, replicai, per cui non ero in grado di afferrare se non il significato di poche parole. Lo invitai perciò ad esprimersi a gesti. Ma subito dopo il primo gesto, Mario fu investito dalla lapa del fruttivendolo, che correva a tutta velocità intorno al globo per evitare che la frutta marcisse. Così Mario fu tranciato in due di netto, ma egli non si scompose: le gambe presero ad andare in direzione Pozzillo e le braccia col tutto il busto verso Capomulini. Non sapendo quale parte di Mario salutare, mi accomiatai con gentilezza facendo tesoro di quel gesto. Ne parlai qualche ora dopo col parroco nel confessionale. Padre Ciccio mi ordinó di lasciar perdere, e, per penitenza, mi obbligó a recitare ottomila Ave Maria e duecentomila Padre Nostro.
