Recensione di “Perfect Days” di Wim Wenders

Di questo film, “Perfect Days” di Wenders (regista che non ho mai amato), mi porterò dietro la forza della poesia, e con ciò intendo della Poesia applicata al Cinema (entrambi in maiuscolo). A mio parere, in “Perfect Days”, Wenders raggiunge la vetta della sua arte minimalista, ancor più che in “Paris, Texas” o ne “Lo stato delle cose”, aggiungendo densità alla magia della routine del quotidiano. Ecco allora l’iterazione delle ritualità del protagonista (Kôji Yakusho), del suo farsi armonia con la ciclicità della Natura (una natura fatta di scorci, di cura domestica delle piantine, di frammenti di danze di alberi e frasche catturati con una vecchia macchina fotografica), diventare canto, elegia dell’analogico a dispetto del digitale. Sul filo di una delicatezza empirica, mai retorica, le giornate dell’addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo assurgono a modello maieutico per civiltà corrotte, scandite come sono da un ordine superno e regolate dalla dedizione all’umile lavoro, dalle abluzioni purificatrici, dalla cura dettagliata della conoscenza (l’acquisto settimanale del libro da leggere, la domenica impreziosita dalla prelibatezza dei cibi preparati nel piccolo ristorante della donna desiderata). Se parole come “bene comune” possono ancora essere pronunciate nell’era della “Società della Sorveglianza”, allora la fiaba di Hirayama è la perfetta metafora dello stare al mondo, dell’invisibilità che sublima il soggetto nel suo paradosso, ossia quale singolarità antitetica allo società dello spettacolo, dell’apparire, del successo, dell’opulenza. In questo senso, l’integrità della vita zen di Hirayama è un sigillo prezioso, qualcosa di non assimilabile dal Contesto, di non mercificabile, liofilizzabile, solubile (a tal proposito si veda la straordinaria scena del dialogo con la ricchissima sorella). La nipote, l’uomo malato di cancro con cui giocare a schiacciare la propria ombra, la ragazzina della cassetta musicale, il mimo al parco, la donna silente che consuma il suo stesso sandwich nella pausa pranzo, sono gli angeli invisibili in empatia con la visione di Hyrayama, i complici del suo ménage ritualistico che contiene tutte le meraviglie del creato. Lo testimonia lo splendido finale: Hyrayama va al lavoro col suo furgone, egli ride e piange di fronte allo stupore della palingenesi del mondo, che è qui, sempre, nel suo farsi di ogni giorno.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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