In questo porco mondo: Gino

La telecamera inquadra Gino, il suo cranio, il suo posteriore e la sua postura precaria. Inquadra Gino che é sovrappeso e indossa un maglione arancione con sopra una salopette.

Ma chi è Gino?

Boh! Chi lo sa con certezza. In paese si vocifera che sia apparso dal nulla, così dal niente… a un certo momento e in un certo punto del paese è apparso Gino, si è palesato Gino, si è manifestato Gino.

Da quel fatidico giorno di novembre, tutti, in paese, hanno preso ad adorare Gino, ad avere il culto di Gino. Per conto suo Gino, peraltro, essendo vivo in carne e ossa, se ne sta immobile con quell’accenno di sorriso a guardare il mare, lui con la sua salopette e il maglione arancione, fermo e immobile a guardare non si sa bene cosa, col mare in tempesta e col mare in bonaccia, Gino, stava lì con quella sua postura e quel sorriso che sembrava alludere a una mano sbilenca di carte, sotto il sole cocente, il vento e la pioggia.

A dirla tutta, anche il medico del paese venne a visitare Gino, sotto pressione dei paesani, e ha misurato la pressione, il battito di Gino… tutto regolare tutto perfetto, a dirla tutta. Proponeva, il dottore del paese, di provare a chiamare un ambulanza, di tentare di ricoverarlo, macché, ma neanche per sogno, rispondevano compatti i paesani, guai a toccare Gino, che nessuno si azzardasse di muoverlo, urlavano compatti i paesani. Le vecchie del paese, a dirla tutta, erano certe che fosse il nuovo Gesù Cristo, Gino, ma il prete, don Gaetano, ammoniva dall’alto del suo campanile col megafono gracchiante che no, che Gesù non si sarebbe mai palesato con quelle sembianze, con quella orrenda salopette e il cranio pelato, e minacciava le vecchie, don Gaetano, urlando dall’alto del campanile che non avrebbe impartito loro il sacramento la domenica, il prete col suo megafono gracchiante. Ma intanto le voci circolavano, la gente mormorava, sobillava, azzardava, profetizzava, alludeva, dai paesi vicini, da quelli lontani, si vociferava di Gino che guardava il mare, apparso così dal nulla, della salopette, del maglione arancione.

Vennero pullman organizzati di paesani fedeli, giunsero i carrozzoni dei panini, si allestirono giostre, i paesani affittavano le loro case agli stranieri a prezzi esorbitanti, a dirla tutta. Vennero le telecamere di Rete 4 e inquadrarono Gino da dietro, con una zoomata verso il mare, inquadrarono il suo cranio, il suo posteriore e la sua postura precaria, inquadrarono Gino in sovrappeso vestito del suo bel maglione arancione con sopra una salopette.

Il paese scoppiava di altri paesani, che invitavano a loro volta altri paesani ancora più lontani, tutti a vedere Gino, che nel frattempo era stato messo dentro a una teca trasparente per evitare che altri paesani estranei lo toccassero, lo violassero, lo carpissero, lo baciassero, mentre nel paese tutti mangiavano panini dei carrozzoni e defecavano nelle case vecchie che ora erano diventate piccoli alberghi con famiglie di paesani di paesi lontani ammassati in stanze, a quattro a quattro, a otto a otto, sui letti a castello, sui sacchi a pelo, e nessuno puliva, perché si doveva fare la fila per vedere Gino, una fila interminabile di paesani che bloccava tutte le corsie delle strade fino all’A 18.

Venne la polizia. Venne l’esercito. Venne il ministro della Sanità. Venne un importante vescovo. Ma nessuno riusciva ad avvicinarsi a Gino. Non poterono avvicinarsi la polizia, l’esercito, il ministro e neanche il vescovo mandato dal papa. Nel frattempo, a dirla tutta, i paesani si accalcavano dalle regioni limitrofe, arrivavano treni, navi, aerei da tutto il mondo per vedere Gino, i paesani mangiavano e defecavano, mangiavano pezzi di asfalto, tetti di case, lampioni, finestre, macchine, e i satelliti inquadravano dall’alto, dagli spazi siderali, questa enorme massa nera di paesani che si accalcava come un enorme formicaio, a divorare i paesi, le città, la Sicilia e tutte le altre regioni, una nuova Apocalisse dicevano i telegiornali di tutte le lingue, una nuova Apocalisse con epicentro “Gino”, urlavano trafelati gli anchor man prima di fuggire dagli studi, un’enorme massa nera di paesani che si mangiava il pianeta, finché non rimasero solo i satelliti a documentare questo fatto, nella speranza che un giorno, una qualche civiltà avanzata, possa avere accesso a questi filmati dei satelliti, possa avere testimonianza dei paesani, di Gino, della fine della vita sulla Terra.

Fine… così, troncando un po’, fiaccando l’eccesso di aspettative, a dirla tutta.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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