
Vittorio Costa è un signore di novantaquattro anni che ha deciso, dopo una vita spesa nella conduzione dell’impresa di famiglia, di dedicare parte della sua rinnovata giovinezza alla scrittura, pubblicando libri di ricerca su Catania, sulla tradizione popolare della città, sulla sua gastronomia ecc.
Mi è stato fatto dono, da parte di suo figlio Alberto, di questo bellissimo volume, una vera e propria summa di sapere e creatività, ove la trasposizione della mitologia ellenica ha modo di rinnovarsi mediante la rutilante metamorfosi della lingua. Il catanese assurge così a ruolo di lingua “mitica”, arricchendo sarcasticamente di pantagruelico e di fiabesco il già mostruoso cosmo della mitologia greca, trasformando la necessità documentale storica in narrazione confidenziale, popolare e, in definitiva, restituendo nella giusta prospettiva l’affabulazione del raccontare (che da ciò deriva poi la cultura orale: dalla Babele di lingue che nei porti del Mediterraneo nutriva l’immaginario di quei popoli).
Narciso, Europa, Minosse, Ermafrodito vengono trasformati alchemicamente dalla riscrittura di Costa, con quelle “u” sonore che sono il tratto caratterizzante del siciliano orientale, vere e proprie coppe contenenti visivamente il portato di una sapienza millenaria che qui trova modo di far rinascere i protagonisti e i luoghi della narrazione.

È una trasposizione colta quella di Vittorio Costa, che genera intrecci e labirinti sofisticati nella traduzione-creazione di un dialetto che par farsi musica, e riecheggiare, come una cantilena antica, i suoni eterni del Mediterraneo, le vite e le morti degli eroi a noi prossimi e al contempo sideralmente distanti.
