
Siamo in un centro sportivo, una sorta di Spa che frequento insieme a una mia amica che esiste in questa realtà onirica (ma non nel nostro mondo). Lei mi piace, però non ho il coraggio di provarci. Accade che andiamo poi sulla terrazza della Spa a prendere un drink quando… li vedo. Sono le solite cinque astronavi rotonde che si muovono in gruppi di due e di tre. Dalla terrazza del centro sportivo si vede tutto il golfo di Catania, e in lontananza le ciminiere del petrolchimico di Priolo. Io so che stanno per attaccare e cominceranno proprio da lì. Nel sogno sono perfettamente consapevole della gravità della situazione e, naturalmente, dell’eccezionalità del momento che prelude all’imminente apocalisse. Le astronavi sparano sul petrolchimico ed è subito un’immane colonna di fiamme: tutto brucia in lontananza. Io scappo tirandomi dietro la mia amica, gli altri sembrano sorpresi e stanno quasi a godersi lo spettacolo. Sulle strade imperversa già il caos, la gente si riversa per le vie in maniera caotica, quando le navicelle cominciano a fare fuoco su case e palazzi. Nella calca perdo la mia amica, e al contempo rammento che nel B&B distante pochi isolati, sta Giovanni Benvenuti, a Catania per dei concerti da tenere insieme. Corro trafelato in direzione del sito, evitando le macerie e i detriti, schivando i corpi dei morti, che sono già tantissimi… lo incontro a metà strada, una sorta di via Etnea che curva su Via Umberto.
– È successo quel che temevamo – gli faccio. Lui annuisce. Corriamo in cerca di qualche riparo, e giungiamo nei pressi di un’edicola che sta all’angolo di un paradosso che vede Pizza Roma aprirsi su un grande viale che ricorda quello dei Fori Imperiali a Roma. Stranamente, l’edicolante è ancora sul posto. Giovanni mi chiede che tenterà la via dell’aeroporto, nella speranza di partire. Io cerco di dissuaderlo. Gli ripeto che è impossibile tentare quella via, che ci sono parecchi chilometri. Lui sembra però fermo nella sua decisione. Mi chiede un favore: compra un libro (non mi ricordo quale) e scrive una dedica alla città, a testimonianza del suo passaggio qui. Mi dice che lo deve a suo padre. Lo vedo quindi sparire e correre verso il distante aeroporto, schivando i raggi delle navicelle che continuano a fare macerie di palazzi e viali. Io rimango assieme all’edicolante. Sono stanco di fuggire e accetto la fine delle cose con animo sereno. Penso che Giovanni non ce la farà, e l’ultima immagine che conservo nella mia pupilla, è quella di lui che attraversa una nuvola nera radioattiva. Poi un bagliore accecante.
