
Nei viaggi di Sindbad, fa specie constatare il contrasto tra la sua umanità e generosità a corte e la sua spietatezza quando si tratta di uccidere uomini e donne per la sua sopravvivenza. Come nel quarto viaggio, quando egli si trova prigioniero nel pozzo profondo ove vengono gettati vivi gli sposi e le spose che avessero perso la moglie o il marito. Questo “candore” di fronte all’assassinio crudele, per quanto funzionale alla sopravvivenza, genera uno straniamento nel lettore moderno, giacché poi la narrazione sembra tendere verso una sorta di generosità e di “bene” da parte di tutti coloro che vengono in soccorso dello stesso Sindbad. Si tratta spesso di uomini di mare magnanimi e illuminati, che nulla hanno a che pretendere dalle ricchezze accumulate dal marinaio, e che agiscono sempre in nome dell’Altissimo. Così questo iato crudele pare armonizzarsi, per assurdo, grazie alla candida indifferenza della prosa del narratore, che prosegue limpida rimuovendo le atrocità in funzione di una causa nobile e catartica.


Sono un’amante delle favole e tempo fa ho provato a rileggere Le Mille e Una Notte.
Purtroppo sono sensibile. Devo smettere a poco più della metà, perché non riesco a reggere tutta la violenza che c’è dentro a questi due “meravigliosi” volumi; a partire dal dramma della vendetta insensata del sultano verso le fanciulle che nulla hanno a che fare con il tradimento ricevuto.
Questa comunque è la nostra storia, è la violenza da cui veniamo, che vive dentro di noi e che continuiamo a non voler vedere e sentire. E’ l’atteggiamento crudele verso la vita che non ha valore e che veniva insegnato con le favole di ieri, ma anche con la televisione, con i giochi, dove si impara a sparare, e nei social di oggi.
La buona notizia arriva quando si scopre che la fantasia, la creatività, l’intelligenza, la bellezza e la grazia possono posarsi su di noi e salvarci, dandoci il coraggio della fanciulla che gioca con la vita. E’ comunque l’eroe bambina che cambia le carte del gioco e che non ha più paura di morire, perché la morte è vita e la vita è morte.
Ovviamente tra un po’ farò un nuovo tentativo di lettura per vedere se ho superato la paura e il terrore della violenza e della morte di questo mondo che il mio maestro di ashtanga yoga (Richard Freeman) chiama “dead machine”.
Buona domenica e grazie!
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