
Ero in una sorta di isolotto di scogli in mezzo a un oceano eterno e privo di terre. Comprendo che dall’altra parte dell’isolotto in roccia potrebbe esserci un passaggio, ma che per arrivarci occorre tuffarsi in mare ed essere trascinati dalle terribili correnti che potrebbero portarmi verso il Nulla Oceanico. Faccio molti tentativi e scampo all’oblio aggrappandomi di volta in volta alle rocce affioranti. Ferito e provato riesco tuttavia nel mio disperato intento e ad approdare dall’altra parte. Mi arrampico così sulla china frastagliata dell’isolotto quando scorgo delle orribili creature, dei vermi che sembrano quelli del film “Dune”; i più piccoli sono aggressivi ma lenti, le madri, enormi, sparano degli enormi pezzi di roccia nella mia direzione. Riesco comunque a farla franca e, attraverso una sorta di portale, giungo nei pressi di uno sconcertante villaggio, che consiste di un insieme indefinito di stanze-dedalo. Con stupore mi accordo di avere ancora i vermi alle calcagna. Allora si compie una sorta di gioco macabro che consiste nel fare entrare una creatura alla volta in una stanza e proseguire chiudendo la nuova porta dietro di stanza in stanza. Sento le terribili grida di quelle bestie una volta chiusa la porta, e così procedo di stanza in stanza fino al mio tragico risveglio…
Era un sogno quello di stanotte talmente assurdo da non essere neanche trasferibile. Posso dire di me due piloti un aereo e sono in possesso di arnesi essenziali in affidamento, attrezzi atti a sbloccare il codice prezioso di una porta in una cantina segreta. Un atterraggio di emergenza in aperta campagna. Mi salvo e cerco soccorso nel paese che si inerpica su di un colle. Giunto a destinazione mi rendo conto che la cantina si trova proprio in quel remoto villaggio. Avendo dimenticato i preziosi “tools” nel relitto, mi precipito di nuovo in quella campagna a valle facendo dei calcoli astrusi al fine di beccare di nuovo l’esatta ubicazione dell’aereo. Ma ciò che di incommensurabile è successo prima o poi è stato eternamente sigillato…
Ero una donna dal naso adunco e bruttarella in una sorta di Medioevo alla Mad Max che aveva perso il dente incisivo davanti. Avevo un costume che con una leva generava una selva di aculei da cartone giapponese. In guerra, alla caccia di non so bene cosa per un paese impervio, incontro due uomini in armi che discendono da due anguste scale. I loro costumi sono qualcosa di talmente meraviglioso e bellico da provocarmi i brividi mentre cerco solo di provare a descriverli. Prima ero a cena, seduta in una tavolata immensa, e mostravo imbarazzo per via del via del mio dente mancante, ma nessuno sembrava farci caso. Il resto è qualcosa di assurdo, qualcosa che sta in mezzo fra un quadro di Bacon e l’ordito che regola il senso della Biblioteca di Babele. Per cui non posso dire altro, giacché quel che ho visto non è descrivibile. Dico solo che è spaventoso, meraviglioso e incommensurabile che questa cosa che adesso chiamo sogno, possa essere scaturita dalla mia mente. Qui si ferma questo abbozzo di testimonianza. Oltre non posso e non riesco ad andare.
