
Giunge come un balsamo urente a guarire profonde ferite.
A un certo punto li vedi arrancare. (Gli amici. Le amiche).
Quel loro seguirti fino a un certo punto è la peggiore delle dannazioni. Diventano facce dietro i vetri e il loro respiro non appanna.
Strano destino, amaro karma.
Dietro le pacche e i sorrisi si aprono devastate paludi tartariche. Nelle rare oasi li vedo ferventi a contare gli anni che rimangono, quelli da vivere strisciando, facendo ulteriori calcoli.
Dunque sprofondo, arranco nelle paludi esistenziali e tengo ferma la bussola con la mano sinistra: quello è il percorso.
Nell’isolamento del viaggio iniziatico li senti emergere dal fango – gli amici, le amiche – le loro mani ti tirano giù. Vorrebbero affogarti per troppa stima, vorrebbero assimilarti alla mota, plasmarti ai loro canoni, ti vorrebbero – gli amici, le amiche – poltiglia, omogeneizzante humus, ti vorrebbero – gli amici, le amiche – più conciliante, meno caustico a gozzovigliare nel fango dei maiali, ti vorrebbero – gli amici, le amiche – a condividere le democratiche campagne di sensibilizzazione, a mangiare un po’ di merda, mica tanta, quel po’ di merda necessaria a sopravvivere, al nutrimento dell’arte da porcile.
Siate benedette, o povere anime. Io vi sorrido e al contempo scalcio, rido del vostro stesso riso, ma procedo, fedele alla bussola, arranco, inciampo e cado, mi rialzo e sputo e ancora sputo, raccolgo le ultime forze, passo dopo passo, verso quel pallido sole.
