
Il solito Almodovar: temi tragici per film introspettivi che non hanno sbocco. La catarsi è sempre una questione “politica” (giuro che alla filippica di Turturro volevo alzarmi. Ma ero l’unico spettatore e ciò avrebbe vanificato il senso della mia protesta). Nel suo cinema sento sempre questo retrogusto di “bisogno di rivalsa”, abilmente (occorre dirlo) occultato nelle feci dell’ esistente. Ok la malattia. Ok la morte. Ok per la forza di alcuni quadri. Ma io vedo sempre lo stesso film in un gioco di permutazioni d’una cinematografia che alla lunga mi annoia. Quando vado a vedere “l’ultimo film di Almodovar” ho sempre quest’aria triste, mi sento fiacco più del dovuto, e vivo le stesse sensazioni di quando dovevo fare visita a un parente malato o morto, o peggio, quelle relative a certi pranzi pasquali in famiglia. Ho sempre trovato un surplus di didascalico nel suo cinema, che a me pare goffo, in continua oscillazione tra impegno e feticismo citazionistico del Sé, quasi una sorta di superfetazione dell’esser-ci, di trasfigurazione sublimata dell’ovvio.
Piacerà a tutte. Naturalmente.
