
Gino era un impiegato stanco e disilluso. La sua vita era monotona e grigia. L’unica cosa che lo confortava era il suo tostapane, un laconico oggetto metallico che emetteva un rumore che somigliava a un sospiro: pop! Il problema è che Gino si fissava con le cose, che Gino aveva le fisse. Per questa storia delle fisse aveva mandato a monte il suo matrimonio e i rapporti con la maggior parte dei paesani. Gino non andava più al bar “Cucé” da anni, esattamente da quando fu cacciato perché si era convinto che la bottiglia di “Amaro 18 Isolabella” avesse preso a parlare e si fosse mossa su delle minuscole zampette (fu bandito dal bar a seguito delle sue chiamate all’appuntato Saro Ricotta con richiesta di pronto intervento e al suo ex compagno di classe della redazione di “Paesani Sera”).
Col passare dei mesi, sviluppò un attaccamento surreale al tostapane. “Se solo potessi strapparlo da questa vita di cucina,” rifletteva Gino, “potremmo unirci davvero”. Iniziò a scrivere lettere d’amore: “Sei l’unico in grado di riscaldare il mio cuore e il mio pane,” scriveva, mentre il tostapane annuiva e rispondeva… pop!
Una notte, mentre stava preparando un toast per la cena, il tostapane emise un gran fumo e un forte “bang!” che riempì la cucina di un odore terribile. Gino, sconvolto, guardò il suo amato tostapane in declino, ora ridotto a un relitto. “Ma come hai potuto tradirmi?” strillò. Mentre l’oggetto sputava scintille, Gino si rese conto del paradosso della sua situazione: si era legato a un apparecchio, trovando conforto nell’insensatezza di quell’affetto unilaterale. “Forse,” capì, “il vero amore è solo l’illusione di avere qualcuno che ci ascolti, anche se è solo un tostapane.”
Il giorno dopo, Gino decise di liberarsi del tostapane. Lo caricò in macchina e partì verso il centro di raccolta rifiuti. In fondo, pensò, mentre la campagna invernale scorreva indifferente, quel tostapane non era che un riflesso della sua vita: un oggetto che, nonostante tutti gli sforzi, non avrebbe mai potuto risolvere le sue frustrazioni esistenziali.
Ne comprò subito un altro che chiamò Tostapene.
