Finalismo. Teologismo. Mah…

A me pare che porsi la questione in questi termini sia l’equivalente di ciò che fecero le donne quando Corrado III disse che potevano scappare con tutto quello che potevano portarsi dietro, mentre gli uomini sarebbero stati uccisi. Bene, loro si portarono i mariti in spalla e il re mantenne la parola. Insomma, la maniera per aggirare le trappole del linguaggio, del pensiero, dei limiti della scienza sono infinite. Porsi oggi la domanda su cosa possa implicare o meno una teleologia del mondo è discorso, a mio modesto parere, insensato. Queste problematiche erano inscritte un tempo, soteriologicamente, in una prassi e non hanno senso poste al di fuori di una prassi. Qui trovo infinite risposte più che in mille pagine di Heidegger.

Spesso si bollano come “pratiche religiose” le conoscenze del passato. Questa è la nostra interpretazione di ciò che era scienza un tempo. Ossia di codici cognitivi e interpretativi del mondo. “Scienza” è un concetto dialettico che ha un abuso nella sua derivazione attuale, che è altrettanto figlia del processo storico. Nessuno pensava di “fare religione” in altre epoche ma di “essere nel mondo”. Del resto religione deriva da re-ligo, che significa “tenere insieme”. La religione è sempre essoterica, e dunque “scientifica” perché “mostra” rivela, onticamente l’ontologia. Separare concetti nati per essere “uniti” è una aberrazione metodologica di una concezione della storia errata. È un po’ quel che spiega bene Baldry quando ci accostiamo alla tragedia greca a partire solo dai testi che ci sono rimasti.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

Rispondi