Inclusione o separazione?

La schizofrenia alberga oramai a più livelli. La cosiddetta cultura woke è portatrice di un’affezione preoccupante in tal senso. Essa si fa promotrice di una cultura inclusiva in grado di accogliere e armonizzare le minoranze di genere, al contempo rivendicando una sempre più complessa distinzione tra variabili di genere. La sigla LGBTQIA+ è il momentaneo frutto dell’ allungamento dell’acronimo LGBT+ (o “arcobaleno”) in cui almeno un genitore si identifica come non eterosessuale. LGBTQIA+ non si riferisce soltanto al mondo gay ma alla grande comunità di individui che non si riconoscono negli orientamenti sessuali e nelle identità di genere considerati “tradizionali”. La parola d’ordine è inclusione, sebbene poi nei fatti, siamo di fronte a una parcellizzazione che ambirebbe a essere inclusa in maniera dialettica e progressiva secondo criteri via via cangianti.

Faccio queste riflessioni a seguito della notizia del giorno: “Imane Khelif esclusa da Mondiali boxe femminile: non soddisfa criteri. La decisione è stata presa dall’International Boxing Association (IBA), guidata dal russo Umar Kremlev, la stessa organizzazione che già lo scorso anno le aveva impedito di competere per il mancato rispetto dei criteri di idoneità”. Al netto di considerazioni di stretto ordine scientifico in ambito di medico, le mie domande vertono sulla seguente questione: quante categorie o sotto categorie dovrebbe prevedere ogni disciplina sportiva per accogliere ogni diversità di genere codificata nell’acronimo vieppiù cangiante? Quanti spogliatoi differenziati, quanti incontri suddivisi per settore dovrebbero prevedere olimpiadi, mondiali, europei, ecc.? Quali e quanti costi per sostenere una simile rivoluzione in grado di contemplare ogni singola peculiarità di genere, quali le durate di una competizione e come finanziare tutto questo a livello di sport semi professionistico e amatoriale? Quanti contratti televisivi e quanti canali dedicati a ogni disciplina? Tutto ciò in un contesto di forte crisi e per rimanere solo all’ambito sportivo, giacché tali istanze sono poi oggetto di diatribe in ogni ambito: artistico, lavorativo, ecc. ecc.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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