
Vedesti le giornate trascolorare tra le mura di casa e il giardino
Vedesti colli stirarsi e sporgersi fra la folla che evitavi
Vedesti il tempo frantumarsi sulle scogliere del mare di Stazzo
Vedesti i gatti annusare i colori delle palme
Nel perenne gennaio
Nel gennaio perenne
Eri la vertigine che declinava alla nausea, l’occhio alle filiere di tralicci al vento
Alla vibrazione sorda del vulcano, con la mano sul cuore claudicante
E l’acufene stridente come l’urlo del sordo con l’arto spezzato.
Più tardi vennero i nubifragi e le strade furono inondate dall’acqua
Forte lo scirocco pareva soffiare da antiche leggende
E ancora una volta fummo cacciati dentro alle case
Paurosi e tremebondi delle forze di Natura
Invocammo dei e santi da tempo dimenticati
E riesumammo le vecchie candele dai cassetti e i neri rosari dagli armadi
Sgranandone i chicchi, balbettando preghiere, senza troppo credere…
Grande furore del mare nella notte verghiana
Oh immane chimera che divori le coste
Col tuo morso raggeli l’oscurità interdetta
E rendi tolemaico il nostro presente.
Misurammo così la furia con scale improprie,
Chiamando “emergenza” ciò che era destino,
Chiamando “evento” ciò che da sempre ritorna
Mentre la notte insegnava ancora una volta
La coreutica dei lampioni oscillanti nel falso ordine urbano,
Del ronzio continuo dei cavi,
Della casa che scricchiola come un corpo stanco.
Restammo
Inermi testimoni di un sapere che arretra
Consapevoli almeno della provvisorietà di ogni civiltà.
Così tornò il mattino, indebitato con la notte,
e il mare si ritirò fingendo pace,
ma Tifone rimase –
non nel cielo,
bensì nel tempo che ci attraversa
e non chiede il permesso.
Francesco Cusa
