Il mio mondo onirico

Da un po’ di tempo faccio sogni che non riesco più a riportare indietro. Non perché siano confusi o vaghi, ma per l’esatto contrario. Sono troppo precisi, troppo vasti. Appena provo a tradurli in parole, si sfaldano. Non reggono il passaggio. Non li immagino: li attraverso. Li abito, come si abita un luogo che non ha bisogno di essere spiegato a nessuno. Dentro quei sogni mi muovo in mondi articolatissimi, pieni di trame, relazioni, competenze. Architetture di senso che non hanno nulla di arbitrario o di simbolico. Funzionano. Sono coerenti. Stanno in piedi da sole. Chiamarla surrealtà è comodo, ma falso. Non c’è niente di surreale, in realtà. È una realtà diversa, con leggi proprie, con una densità che la veglia non riesce a sostenere. Lì possiedo conoscenze — e non lo dico in senso poetico — che nella vita diurna non sono nemmeno concepibili. Non le apprendo, non le costruisco: ci sono dentro. Le uso. Le riconosco come naturali. Non sono immagini. Non sono simboli. Non sono nemmeno storie. Sono dimensioni. E sono indicibili non perché manchi il linguaggio, ma perché manca la struttura mentale per riportarle qui senza distruggerle. Appena mi sveglio me ne accorgo subito: non resta quasi niente. Non un frammento utile, non una forma salvabile. Non perché il sogno svanisca, ma perché quello che è accaduto è stato troppo grande per essere tradotto. Resta solo una certezza scomoda, muta: è successo. C’è stato un accesso. E ora non c’è più. Forse l’errore è continuare a voler capire. O peggio: voler raccontare. L’onirico, a questo livello, non chiede di essere spiegato. Non è un teatro dell’inconscio, non è una metafora da interpretare. È un territorio autonomo, che non ha bisogno della veglia per esistere. Lì la conoscenza non si apprende: si coincide con ciò che accade. E per questo il ritorno è sempre violento. Non si torna da un sogno, si torna da una pienezza. La veglia allora appare per quello che è: una riduzione necessaria, ma dolorosa. Non c’è nostalgia in tutto questo. C’è constatazione. La consapevolezza che esistono livelli dell’esperienza ai quali accediamo solo temporaneamente, e che proprio per questo non possiamo trattenere. Ci sono conoscenze che non tornano, mondi che non seguono, dimensioni che si concedono solo a patto di non essere possedute. E io, nel bene e nel male, continuo ad abitarle.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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