Non sopporto

I posti che mi urtano sono quelli che si chiamano tipo “al buon sapore”, “al buon pane”. Peggio ancora “prodotti locali”. Immagino una vecchia con le unghie nere che impasta la giardiniera con le mani. Sgaso subito appena vedo sti cartelli. Altro termine che mi vede alla larga è “nostrano”. Prodotto nostrano. “Olio di casa”. Ma quale casa? Che casa hai? Com’è sta casa? Ovviamente non sopporto il nome “pepato fresco”, anche se mi piace un casino come formaggio, ma non lo compro mai per via del nome. Non riesco a dire “mi dia 200 grammi di pepato fresco”. Mi faccio schifo. Io non comprerei mai cose da uno che si chiama “Gino”. Biciclette da Gino. Elettrocasa da Gino. Detesto le parole “curatela”, “giureconsulto”. Non sopporto “accoglienza”, soprattutto quando è scritta su una lavagnetta con il gessetto. Non voglio essere accolto. Voglio entrare, pagare, mangiare, uscire. Fine. L’accoglienza è il primo stadio del sequestro. Non sopporto “esperienza”. L’esperienza gastronomica. L’esperienza sensoriale. L’esperienza immersiva. L’unica esperienza immersiva che riconosco è l’annegamento. Non sopporto “a conduzione familiare”. A me rimanda a litigi in cucina, figli che non volevano stare lì, cognati con enfisema ed espettorazioni, nonne con perdite anali e vaginali. Non sopporto “artigianale” quando è scritto in Arial. Non sopporto “selezionato”. Da chi? Quando? Con quale competenza? Non sopporto le persone che dicono “restiamo umili”, “restiamo umani”, penso sempre a una sorta di San Francesco meccanico tipo Iron Man. Non sopporto i camerieri che parlano al plurale inclusivo. “Vi portiamo”, “vi consigliamo”, “vi accompagniamo”. Chi siete, una setta? Non sopporto “pochi coperti”, detto sempre con quell’aria da resistenza partigiana. Se hai pochi coperti è perché non sai organizzarti, e perché non ci viene nessuno nel tuo locale di merda ameno. Non sopporto il folklore usato come deodorante morale. Non sopporto l’odore di fritto mescolato alla retorica. Non sopporto il vittimismo come modello di business. Non sopporto l’idea che io debba ringraziarti per aver fatto il tuo lavoro male ma “col cuore”. E soprattutto non sopporto l’obbligo morale di apprezzare la mediocrità solo perché è rumorosa, locale e convinta di sé. Non sopporto piattino felice · assaggino dello chef · bocconcini gioiosi · taglierino goloso · sfizietti misti · dolcetto coccoloso · cremina vellutina · salsina furbetta · schiumetta leggera · spumetta giocosa · croccantino simpatico · cuoricino morbido · manina di pane · ditina di pollo · patatina sorridente · gnocchetto felice · polpettina birichina · sorbetto carezzoso · dessertino finale. Io non sono snob. Sono stanco. Stanco di essere preso in ostaggio da gente che scambia il pressappochismo per destino e la sciatteria per bandiera.

A un certo punto il linguaggio fa un rumore secco, come quando cade qualcosa che non si rompe ma non serve più.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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