Schizofrenie

Dunque, fatemi capire.
Al referendum, a sinistra, si vota NO. Compatti. In nome delle garanzie, dell’autonomia della magistratura, dello Stato di diritto. Poi però, nelle piazze, si sta sistematicamente contro la polizia e a favore dei manifestanti, come se le forze dell’ordine fossero un corpo estraneo, strutturalmente illegittimo. E nello stesso tempo si celebrano – giustamente – le giornate della memoria per le vittime della mafia, per i magistrati e per gli uomini delle forze dell’ordine massacrati nelle stragi.

Insomma: con la magistratura sempre, con la polizia solo quando conviene. A intermittenza. A seconda del contesto. A seconda dell’umore politico del momento.

Ricordiamo il Pasolini di Villa Giulia? No. Lasciamo perdere. Tirarlo fuori oggi significherebbe ridurre un pensiero complesso a una scorciatoia polemica buona per qualsiasi stagione. Il problema è un altro. Il problema è: che fate, esattamente? Perché vista da fuori, questa oscillazione non sembra dialettica critica, ma confusione.

Magistratura e forze dell’ordine non sono la stessa cosa, ovvio. Ma non sono nemmeno due mondi separabili moralmente a piacere. Sono corpi distinti, con ruoli e responsabilità diverse, che però operano dentro lo stesso perimetro: lo Stato di diritto. Non formano un unico corpo, ma fanno parte di uno stesso circuito della legalità. È un fatto, non un’opinione.

Le commemorazioni di Capaci, di Via D’Amelio, e di tutte le altre stragi celebrano insieme magistrati e forze dell’ordine perché colpiti in quanto parte dello stesso fronte dello Stato contro la criminalità organizzata. Nelle manifestazioni, invece, la polizia viene spesso condannata in blocco, non per singoli atti o responsabilità specifiche, ma come simbolo politico negativo, come presenza di per sé repressiva.

La contraddizione è tutta qui.
O riconosci l’unità funzionale dello Stato di diritto, oppure non puoi celebrarla a giorni alterni.

La stessa sinistra che nelle piazze delegittima la polizia come corpo, nelle ricorrenze solenni la riabilita come presidio repubblicano. La stessa che vota NO al referendum per difendere la magistratura sembra dimenticare che quella magistratura lavora quotidianamente insieme alla polizia giudiziaria, dentro un sistema istituzionale unitario, per quanto articolato e imperfetto.

Non è una questione di stare “con” o “contro”. È una questione di coerenza. Le istituzioni non diventano buone o cattive a seconda della giornata, del corteo o del calendario civile. O fanno parte dello Stato di diritto, oppure lo Stato di diritto è solo uno slogan da usare quando serve.

C’era una volta una sinistra che distingueva tra critica del potere e demolizione delle istituzioni. Una sinistra che sapeva che la legalità non è un totem morale, ma un equilibrio fragile tra funzioni diverse, controlli reciproci, responsabilità concrete. Oggi, invece, si assiste a una dissociazione continua: la polizia trattata come problema strutturale nelle piazze, la magistratura trasformata in entità morale intoccabile quando torna utile, soprattutto in occasione di un NO referendario.

Vi devo davvero citare Calamandrei e Berlinguer per spiegare che questa non è critica, ma smarrimento?

PS da tempo non voto. Non ho appartenenze politiche o ideologiche di sorta.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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