
Pensai in quella sera di fine febbraio che ogni artista è Dio, Uomo, Demone
Che ogni artista è il luogo in cui queste tre maschere si contendono lo stesso volto
Fino a consumarlo.
Che ogni artista deve contenere la sommatoria di tutte le esperienze umane
E al contempo il vuoto che segue ad ogni respiro, pensai in quella tiepida sera siciliana
Che ogni artista è fascista, comunista, anarchico e tiranno.
Pensavo tornando a casa
Come un contabile che conta i passi delle proprie menzogne
Che nessuna innocenza gli è concessa e che il punto di combustione
Dove le idee si scontrano e bruciano senza lasciare testimoni
È l’istante in cui si conclamano la perfezione d’una estetica morta
E la colpa di aver vissuto fino a quel momento saliente.
Mi attardai a osservare un cane che frugava fra gli scarti
Fissai quell’animale che mordeva ciò che resta e sputava le ossa dell’ideologia
Cercai di dare un senso commestibile alle rovine delle mie meditazioni
Sentendo al contempo nelle falangi un freddo minerale
Come se ogni parola scritta fino a quel giorno si fosse depositata lì
In forma di detrito.
Il cane scavava con la pazienza cieca dei randagi
Ed io pensai che l’artista è fallimento del mondo
Sovrano delle maschere e loro discarico
Archivio e latrina dei liquami dell’Urbe
Complice di ogni atto eversivo che incrini l’opacità dello specchio
E alteri per sempre la natura dell’inganno.
Eccolo il suono frantumato dell’osso secco delle ideologie
Latrato che assolve e non redime dai peccati
Con un lampo che è l’odore dei rifiuti
Con un tuono che è il profumo dei limoni.
Piovve mentre Dio parlava ancora di ordine,
l’Uomo di necessità, il Demone di eccesso.
Sull’orlo osceno dell’uscio di casa
Pensai con un fremito
che ogni artista è dannato alla simultaneità.
Il selciato trattenne poi il rumore dei miei passi.


