Una mia riflessione sul tempo percepito dopo la visione de “La Piscina” (1969), di Jacques Deray

Ho rivisto La piscina (1969), di Jacques Deray. Non mi interessa la trama. Non mi interessa il delitto. Mi interessa il tempo. In quel film il tempo non scorre, si deposita. Alain Delon fuma. Romy Schneider si muove lentamente. Il sole non tramonta mai davvero. L’acqua resta lì, immobile, come una superficie mentale. Non succede nulla — ed è proprio questo che oggi è insopportabile. Mi ha colpito l’indolenza. Quell’estate senza notifiche, senza vibrazioni, senza l’ansia di essere altrove. Si passa dal fumare una sigaretta a guardare il sole. Dal girare una pagina di libro a restare sdraiati senza fare niente. Niente. E quel niente è enorme. Mi ha riportato alla mia infanzia e adolescenza. Estati lunghissime. Pomeriggi che non finivano mai. Fumetti letti tre volte. Televisione che iniziava a un certo orario. Il telefono che non suonava. Il tempo che non era occupato. Era vuoto. Anzi: era denso e lento. Nel film la piscina è una clessidra liquida. Ogni gesto pesa. Ogni silenzio dura troppo. Ogni sguardo diventa un evento. Oggi quell’indolenza è impossibile. Non perché siamo più attivi ma perché siamo continuamente interrotti. Abbiamo eliminato il tempo morto. Ma abbiamo eliminato anche il tempo. La piscina (1969) è un laboratorio dell’attesa. Non c’è fretta. Non c’è accelerazione. C’è solo esposizione. Il corpo sotto il sole. La pelle che brucia. La noia che cresce. Il desiderio che si deforma dentro la lentezza. Mi ha dato angoscia. Non nostalgia — angoscia. Perché ho capito che quel tempo non tornerà. E forse non vogliamo che torni. Quel tempo obbligava a restare dentro di sé. Oggi possiamo scappare in ogni momento. Allora no. Allora c’era la piscina. Il caldo. Il silenzio. Oggi c’è lo schermo. Che riempie tutto. La piscina non è un film sul delitto. È un film sull’impossibilità di accelerare. E forse l’omicidio nasce proprio lì: nella pressione insopportabile di un tempo che non passa. Un tempo che ti costringe a sentire. Senza distrazioni.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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