
Constatai con le viscere quanto potesse essere tossico il fetore della convivenza.
Dietro ai sorrisi come lame ricurve si nascondevano la peste dell’amicizia e la saliva fredda del tradimento, mentre vivisezionavo i resti anatomici delle carte da gioco dopo un pomeriggio torrido trascorso nella rimozione di parassiti infestanti.
Cacania, ribollente dei miasmi basaltici di un mercantilismo bieco, funestata dal cemento e dalla molesta natura dei suoi cittadini, scossa nelle fondamenta dalla corruzione sonora della propria lingua, vivacchiava sordida nella calura bastarda del giugno infestato. Continuava a fumare lentamente, come una discarica costruita sopra un vulcano, lercia e beata del proprio tanfo, che ormai aveva assunto il nome rassicurante di civiltà.
Fu in quel frangente che mi accorsi: ogni mia parola lasciava un deposito. Non nell’aria. Sulle pareti. Sulle mani. Negli occhi. Una melma invisibile che il tempo chiama educazione e che io imparavo finalmente a riconoscere come decomposizione.
Fu allora, nell’infestato giugno, che iniziai la lunga disinfezione della coscienza, un percorso doloroso durante il quale ogni convinzione veniva raschiata via come muffa antica.
Compresi allora che nessuna bonifica sarebbe stata sufficiente. Il contagio non abitava i luoghi. Abitava le abitudini, le formule di saluto, le congratulazioni, le condoglianze, l’intero allevamento delle buone maniere.
Ma le unghie della specie continuavano a crescere anche dopo la morte. Le trovavo dappertutto: dentro le frasi educate, nei complimenti, nelle premure, persino negli abbracci. Esiste una forma di decomposizione che finge di profumare. Gli uomini la chiamano affetto.
Mi accorsi che gli esseri umani non marcivano quando morivano. Marcivano molto prima: nei compromessi, nelle convenienze, nei sorrisi tenuti in frigorifero, nel galateo, nell’infelice necessità di appartenersi reciprocamente.
Da lontano Cacania continuava il proprio frastuono. Non gridava. Gorgogliava. Come un intestino satollo di merci e buoni sentimenti. Nessuno distingueva più il respiro dal tanfo.
La canicola era soltanto un altro nome della putrefazione.
Francesco Cusa (Stazzo 30/6/2026)
