
I re combattono per conquistare un mondo di cui ignorano la natura
Sto leggendo i capitoli 11 e 12 del Libro di Daniele e mi trovo davanti a una delle più impressionanti rappresentazioni della condizione umana. Una successione quasi ossessiva di sovrani, guerre, tradimenti, alleanze, matrimoni dinastici, eserciti che avanzano, città conquistate, regni che si dissolvono. Il re del Settentrione combatte quello del Mezzogiorno, poi viene sconfitto, ritorna, viene sostituito. Una giostra sanguinosa e interminabile nella quale ogni potenza riproduce la stessa parabola della precedente. Sul piano storico siamo nel mondo dei regni ellenistici successivi ad Alessandro Magno, soprattutto nelle lotte tra Seleucidi e Tolomei. Ma a me interessa il loro possibile significato esoterico. I due re potrebbero rappresentare le polarità attraverso cui si manifesta l’esistenza: espansione e contrazione, dominio e sottomissione, desiderio e paura, conquista e perdita. Non soltanto personaggi storici, ma espressioni di una medesima volontà che si combatte attraverso forme differenti, senza mai uscire dal proprio meccanismo. C’è qualcosa di profondamente schopenhaueriano in questa successione di desideri e distruzioni. E naturalmente anche Nietzsche fa capolino, con la volontà di potenza che attraversa le vicende umane producendo gerarchie, conflitti, sopraffazioni. Ma qui si apre una questione più radicale: gli uomini si contendono il possesso del mondo senza sapere che cosa sia, in ultima istanza, il mondo.
La nostra storia potrebbe essere letta come un gigantesco equivoco ontologico. Ci massacriamo per conquistare territori, accumulare ricchezze, esercitare il potere, dominare gli altri. E diamo per scontato che l’oggetto delle nostre contese, questa realtà apparentemente solidissima, sia esattamente ciò che crediamo di vedere. Non ci sfiora neppure il dubbio che il teatro delle nostre conquiste possa essere una rappresentazione, una particolare modalità di organizzazione dell’esperienza. Non è cambiato molto dai tempi di Daniele. Abbiamo satelliti, droni, algoritmi, intelligenza artificiale, strumenti che avrebbero fatto impallidire qualsiasi sovrano dell’antichità. Ma siamo ancora dentro la stessa logica: possedere, controllare, espandere, difendere, annientare. I re del Settentrione e del Mezzogiorno non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato abiti.
Poi, nel capitolo 12, accade qualcosa di sorprendente. La narrazione delle guerre viene attraversata da una dimensione completamente diversa. Compare Michele, il grande principe celeste. Si annuncia un tempo di angoscia senza precedenti. Coloro che dormono nella polvere si risveglieranno. I sapienti risplenderanno come il firmamento e come le stelle. A Daniele viene ordinato di custodire e sigillare il libro fino al tempo della fine. Qui il testo cambia radicalmente natura. Non siamo più soltanto davanti alla storia degli imperi, ma al problema della coscienza, della morte, del tempo, dell’accesso a una realtà che potrebbe eccedere le forme ordinarie della percezione. La tradizione biblica interpreta questi versetti come annuncio della resurrezione e del giudizio. A me interessa esplorarne anche il significato simbolico e iniziatico. Che cosa significa risvegliarsi? La polvere potrebbe rappresentare la condizione di una coscienza identificata con la materia, con il corpo, con la propria biografia. Una coscienza che considera assoluti lo spazio e il tempo, ignorando la possibilità che siano soltanto le coordinate di una particolare esperienza del reale. Il risveglio diventerebbe allora anche la dissoluzione di un’identificazione.
Mi vengono in mente le tradizioni indiane, la Māyā, il velo dell’apparenza. Non nel senso banale secondo cui nulla esisterebbe, ma in quello assai più inquietante secondo cui ciò che ci appare non coincide necessariamente con ciò che è. Schopenhauer aveva colto questa vertigine. Platone, con la sua caverna, aveva già mostrato quanto possa essere radicale la nostra identificazione con le ombre. E oggi interrogativi per certi versi analoghi riemergono, con metodi completamente differenti, nelle scienze cognitive. Sto leggendo con grande interesse Donald Hoffman, autore di L’illusione della realtà. Secondo la sua teoria, l’evoluzione non avrebbe necessariamente premiato gli organismi che percepiscono fedelmente la realtà, ma quelli dotati di sistemi percettivi efficaci nel guidare il comportamento adattivo. Il mondo che vediamo funzionerebbe come l’interfaccia grafica di un computer: le icone sono utilissime, ma nessuno dovrebbe immaginare che dentro il computer esistano letteralmente cartelle gialle e cestini. Hoffman arriva a mettere in discussione il carattere fondamentale dello spazio, del tempo e degli oggetti fisici così come li percepiamo. È un’ipotesi radicale e controversa, ma dalle conseguenze filosofiche enormi. Posso mangiare una mela, misurarla, analizzarla, descriverne la composizione chimica. Perché dovrei dedurne che la mela, così come appare alla mia coscienza, coincida con la struttura ultima di ciò che esiste? Il successo di una rappresentazione non ne dimostra automaticamente l’identità con il rappresentato.
Non sostengo che Hoffman abbia dimostrato le intuizioni dei rishi o degli antichi mistici. Mi colpisce piuttosto che tradizioni lontanissime, attraverso percorsi differenti, abbiano posto un interrogativo simile: quanto della realtà che esperiamo appartiene al mondo e quanto alla struttura della nostra esperienza? Per ragioni che riguardano anche il mio vissuto personale, questa domanda non è mai stata per me un semplice esercizio intellettuale. Ho attraversato esperienze che considero extrasensoriali e che hanno inciso profondamente sul mio modo di pensare la coscienza. So bene che il vissuto soggettivo non equivale a una dimostrazione scientifica, ma sarebbe altrettanto arbitrario pretendere che ciò che non sappiamo spiegare debba essere espulso preventivamente dall’interrogazione filosofica. La mia vicinanza a Hoffman nasce anche da qui: dalla convinzione, maturata ben prima di incontrare le sue teorie, che la nostra ordinaria rappresentazione del mondo possa essere soltanto una delle modalità attraverso cui l’esistenza si manifesta.
C’è poi un’immagine che trovo straordinaria: il libro che Daniele deve sigillare fino al tempo della fine. Nell’interpretazione esoterica può rappresentare una conoscenza non ancora accessibile a un determinato stato della coscienza. Non perché qualcuno la nasconda deliberatamente, ma perché mancano le condizioni per comprenderla. È una questione che attraversa la gnosi, l’ermetismo, le tradizioni iniziatiche, le Upaniṣad. La conoscenza autentica non consiste soltanto nell’aggiungere informazioni: può richiedere una trasformazione del soggetto conoscente. Ed ecco il paradosso della nostra epoca. Possiamo osservare galassie lontanissime, indagare particelle subatomiche, costruire sistemi artificiali capaci di elaborare linguaggio e risolvere problemi complessi. Eppure il problema della coscienza rimane aperto. Descriviamo sempre meglio i processi cerebrali, ma non possediamo ancora una spiegazione universalmente accettata del perché siano accompagnati dall’esperienza soggettiva. Potremmo sapere sempre di più su ciò che appare, senza sapere ancora che cosa renda possibile l’apparire stesso. Il libro sigillato diventa allora un’immagine attualissima: una verità che rimane invisibile finché continuiamo a cercarla utilizzando esclusivamente le categorie che essa stessa dovrebbe mettere in discussione.
Anche l’intervento dell’arcangelo Michele assume una particolare suggestione. Compare quando il conflitto raggiunge il culmine e, simbolicamente, potrebbe rappresentare l’irruzione di un principio ordinatore, una discontinuità rispetto all’eterna ripetizione delle contese. Mi interessa soprattutto il concetto di fine dei tempi. Siamo abituati a immaginare l’apocalisse come una catastrofe futura, ma apokálypsis significa rivelazione, disvelamento. E se il tempo della fine fosse anche la fine di un determinato modo di esperire il tempo? Se ciò che deve tramontare non fosse necessariamente il mondo, ma la nostra identificazione con una sua particolare rappresentazione? La fisica contemporanea ha già modificato profondamente la concezione intuitiva dello spazio e del tempo. Questo non dimostra che la coscienza possa trascenderli o che Daniele anticipi la meccanica quantistica, ma mostra quanto sia imprudente elevare l’esperienza quotidiana a misura definitiva dell’essere. La realtà potrebbe essere assai meno conforme alle nostre intuizioni di quanto siamo disposti ad ammettere. E allora i sapienti che risplendono come stelle potrebbero rappresentare coloro che hanno attraversato la propria ignoranza fondamentale, comprendendo quanto sia problematica l’identificazione fra il mondo e la sua rappresentazione.
Torno ai re di Daniele. Mi sembra che la nostra civiltà sia rimasta intrappolata nel capitolo 11. Continuiamo a combattere per le stesse cose, sebbene con mezzi sempre più sofisticati. Le guerre, le rivalità economiche, le gerarchie politiche, la competizione tecnologica riproducono un’antica ossessione per il controllo. L’intelligenza artificiale potrebbe aprire prospettive conoscitive straordinarie, ma una delle grandi preoccupazioni delle potenze è chi riuscirà a dominarla e utilizzarla per prevalere sugli altri. La volontà di potenza continua a divorare persino gli strumenti che potrebbero aiutarci a comprendere noi stessi. Ci affanniamo a conquistare porzioni sempre più vaste della realtà senza aver risolto la questione preliminare della sua natura. Ci comportiamo come proprietari di un universo di cui forse conosciamo soltanto l’interfaccia. E non si tratta di svalutare la scienza, che rimane uno dei più straordinari strumenti per correggere le nostre illusioni. Si tratta di evitare che il successo operativo delle nostre teorie venga scambiato per la dimostrazione che le nostre rappresentazioni coincidano con il fondamento ultimo dell’essere.
È qui che Daniele, letto esotericamente, continua a parlarmi. Non perché contenga un codice segreto per prevedere le prossime guerre o identificare il prossimo Anticristo. Mi interessa la tensione fra l’eterna ripetizione del conflitto e la possibilità di un risveglio. Una coscienza che continua a inseguire le cose e una coscienza che comincia a interrogarsi sulla natura stessa delle cose. Forse la vera apocalisse non sarà la distruzione del pianeta, ma la dissoluzione di una certezza: quella secondo cui il mondo sarebbe esattamente ciò che ci appare. Forse il libro sigillato non si aprirà quando avremo conquistato tutto, ma quando avremo finalmente compreso quanto poco sappiamo di ciò che pretendiamo di possedere. I re continuano a combattersi per conquistare il mondo. Ma il vero enigma è che nessuno di loro sa fino in fondo che cosa stia conquistando. E forse il risveglio comincia proprio quando qualcuno, finalmente, se ne accorge.
Francesco Cusa
