
Per anni ho criticato il fatto che la musica fosse affidata agli «osti». Intendevo sia la scarsa competenza di certi organizzatori, soprattutto nelle direzioni dei festival, sia una circostanza concreta: si suonava spesso dove si cucinava, dentro manifestazioni nelle quali gastronomia e proposta artistica si sostenevano strategicamente. «Culatello e Jazz», per intenderci, con tutte le varianti possibili. Pensavo che una maggiore preparazione musicale avrebbe migliorato le cose. Oggi mi trovo a rimpiangere alcuni di quegli «osti».
Nel frattempo la gestione è passata anche a critici e musicisti, soprattutto musicisti. Persone competenti in taluni casi, ma direttamente interessate alle opportunità professionali che amministrano. Qui comincia il problema: chi sceglie gli ospiti di un festival può avere bisogno di essere invitato nei festival dei propri ospiti. La conoscenza della musica convive con una conoscenza altrettanto precisa delle convenienze.
È in questo intreccio che riconosco l’«amichettismo», per usare il termine coniato da Fulvio Abbate. Un meccanismo che, nella mia esperienza, ha assunto un peso crescente, fino a trasformare l’invito in una moneta professionale: io faccio suonare te, tu fai suonare me. Il progetto deve anche funzionare, possibilmente. Ma intanto deve funzionare il rapporto. La precarietà contribuisce ad alimentare questa economia. Per molti musicisti il conservatorio costituisce una prospettiva di stabilità; chi resta fuori deve cercare altre possibilità. Organizzare una rassegna, costituire un’associazione, costruire un rapporto con un’amministrazione locale può diventare una strada per continuare a lavorare. Un’attività del tutto legittima, che cambia natura quando le occasioni destinate agli altri servono soprattutto a procurare le proprie.
Il localismo produce così un arcipelago di festival, ciascuno con risorse, interlocutori e relazioni differenti. Gli scambi collegano le isole. Chi dispone di un palco ha qualcosa da negoziare; chi dispone soltanto della propria musica deve chiedere ospitalità. È una forma di feudalesimo culturale capace di presentarsi benissimo come collaborazione. Su questo arcipelago si allunga poi l’ombra dei grandi nomi: il loro prestigio può accreditare gli interlocutori, legittimare le cordate, indicare chi sia abbastanza affidabile da amministrare una porzione del circuito. L’associazionismo rischia così di diventare la veste rispettabile della cooptazione, mentre il bando esibisce un’apertura che i rapporti di forza hanno già provveduto a restringere. La procedura è pubblica; il riconoscimento reciproco resta un affare di famiglia. È questo il punto: quando l’appartenenza pesa più del progetto, la democrazia dei bandi diventa una liturgia. Si può partecipare tutti, purché si sia già dei loro.
Il sostegno pubblico rende la questione ancora più rilevante. Il FNSV, già FUS, e i contributi specifici per il jazz possono finanziare produzione, programmazione e progetti di promozione. (spettacolo.cultura.gov.it, spettacolo.cultura.gov.it) La regolarità di un finanziamento, però, non dimostra da sola l’apertura delle scelte artistiche. Si può rendicontare correttamente un’attività e continuare a programmare dentro un recinto di reciprocità. Il bilancio risponde a una domanda; il cartellone ne pone un’altra. In questo paesaggio il prestigio dei grandi nomi può accreditare persone e circuiti. Management e uffici stampa promuovono gli artisti che rappresentano, mentre le direzioni trovano comodo affidarsi a interlocutori consolidati. Quando queste relazioni diventano esclusive, il risultato è una circolazione incessante degli stessi roster. Si moltiplicano le sedi, assai meno le possibilità di accesso.
Non occorre una regia centrale. Basta che tante convenienze si riconoscano. Ognuno cerca la propria prossima data e, insieme, si costruisce un sistema nel quale chi non può ricambiare diventa poco interessante. Anche quando avrebbe molto da proporre. Ecco perché il musicista-organizzatore può risultare peggiore dell’«oste». L’«oste» poteva scegliere male per incompetenza; il musicista può scegliere benissimo rispetto ai propri interessi. La sua preparazione gli consente persino di fornire ragioni estetiche impeccabili a decisioni prese per tutt’altri motivi. Difficilmente qualcuno dirà: il tuo progetto mi interessa, ma non mi servi.
Questa mentalità raggiunge anche i conservatori. Gli studenti osservano come si lavora e imparano che entrare nel giro può contare più che sviluppare una proposta. Poi chiediamo loro autonomia, ricerca, coraggio. La musica sia pure libera; la carriera, intanto, impari a essere obbediente.
Altri strumenti sono naturalmente possibili. Nei Paesi Bassi il Fonds Podiumkunsten prevede, per alcune forme di sostegno, requisiti pubblici e valutazioni affidate a consulenti esterni o commissioni indipendenti. (fondspodiumkunsten.nl, new-prod.fondspodiumkunsten.nl) Nessun paradiso dell’imparzialità: una possibilità concreta di sottoporre un progetto a una valutazione senza dover prima offrire un invito in cambio. La necessità di campare merita rispetto. Non può però diventare l’assoluzione preventiva di chi distribuisce lavoro e, attraverso quelle scelte, procura lavoro a se stesso. Soprattutto quando amministra risorse pubbliche. Continuo a pensare che affidare un festival a un incompetente sia un errore. Affidarlo a chi, scegliendo gli ospiti, sta anche prenotando i propri concerti è un errore più sofisticato. Sa come giustificarsi, conosce il linguaggio della ricerca e può sempre chiamare «rete» il proprio recinto.
