
Alcune mie liriche in memoria di Gianni Lenoci.
GIANNI LENOCI
Passeggiava sui resti
di un’umanità estinta
fra le braci di un pianeta morente.
La volta celeste
era violaceo chiarore
in cielo nessuna stella.
Il confine tra poesia e realtà,
una sottile membrana
di pensiero giallo tisico.
Fermare il flusso
del brulicare insettifero
resettare la palingenesi.
Essere sovrano della contemplazione
monarca della desolazione,
vivida e pura essenza antropomorfa.
Tangibile nell’assolutezza dell’Uno,
della non riproducibilità
costrutto dell’indeterminato cogitare.
Fece fiamme del Bene,
estirpó il Divenire alla radice,
fu pantocratore del proprio quotidiano.
Spietato come la caduta di un petalo,
si fece pensionato
e visse molti anni da nonno.
Nella fila alla posta
lo squarcio della visione:
essenze di eliche congruenti del DNA.
(poesia contenuta in “Canti Strozzati”, L’Erudita Edizioni)
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L’ASSENZA DI GL
C’è una presenza nella traiettoria obliqua
che percorro indefessamente
tra salone e cucina
una parvenza fantasmagorica
che distorce la morfologia del quotidiano.
Si conclama all’improvviso
e screzia il decoro della certezza
tutto ciò su cui riposa
l’assenza di pensiero.
È una presenza amica
ma reca il dono dello sconcertante
giacché la mutazione alchemica
ha reso l’onnipotenza sospiro
e lo spirito sussurro.
Io trasalisco per un attimo
poi mi concedo alla fragranza del magico
e trascorriamo insieme la giornata
lasciando fare, lasciando agire.
A un certo punto, quando lo si concorda
apro le finestre per lasciar disperdere
la sua anima nell’essenza della sera.
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OTTOBRE VUOTO
Scompare all’improvviso la vita
resta una cosa insensata
un cartoccio di carta da pesce
gettato a due passi di marciapiede
fra le scarpe della specie
il vento urbano delle sette
i primi colpi di tosse
le ultime borse della spesa
la saggezza dei vicoli nascosti.
Più tardi
nella notte imminente
il frusciare dei manifesti scollati
la coda di paglia dello spazzino
una persiana che sbatte
lo zigzagare dei gatti
il coro dei sospiri degli insonni
il vezzo dei mulinelli di polvere
l’ondeggiare dei lampioni
Monopoli che guarda il mare.
OTTOBRE PIENO
(poesia contenuta ne “Il Mondo Chiuso” – Robin Edizioni 2021)
——
QUANDO QUALCOSA SI SPEGNE
Quando qualcosa si spegne
si coltiva la speranza.
Quando qualcosa si spegne
si ravvivano le ceneri.
Quando qualcosa si spegne
scalcia furente il cavallo.
Quando qualcosa si spegne
scorre il rosario nella preghiera.
Quando qualcosa si spegne
la divisa del soldato perde un bottone.
Quando qualcosa si spegne
ogni menzogna diventa cieca.
Quando qualcosa si spegne
nel cuore del vile si prova il rimorso.
Quando qualcosa si spegne
nel verso finale si compie la scelta.
(Sibilano le pallottole.
Alla fiamma del dono votivo
si torcono le foglie di edera e vite
nella grazia dell’ultimo sguardo).
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ASSENZE E PRESENZE
E’ un attimo di qualcosa che fugge
uno spazio raffermo di vissuto
che trova altre necessità, altre cadenze.
Più tardi, nella stanza
l’esistenza del mistero del presente
s’abbandona alla pigrizia del demiurgo stanco
– una pallottola d’argento
fra le piume di un cuscino turco.
Ombre di vita
nell’apparente intermittenza
si fan mantra balbuziente
e contingenza trigonometrica
dalle sembianze antropomorfe.
Sei tu?
Invano, altre creature col becco da corvo
s’aggirano negli anfratti della notte
– inghiottite dai vortici delle case
ali e zampe degli amici miei.
Nel buio finalmente uno specchio:
quante sono le dita di una mano?
Cinque si risponde.
Quattro lo si pensa.
—–
QUALCOSA IN MENO
Morton Feldman: Rothko Chapel 5
nella vita manca sempre un pezzo
forse il tassello ultimo
necessario a comporre il puzzle.
Il suono di celesta richiama in adunata
la legione di volti per addensamenti di storie
tangenziale a vortici di plastico calore
che una mano amica spazza via.
Giù in fondo l’orizzonte è più scuro
come un mare di porpora
improvvisamente ghiacciatosi
nella distrazione sconcertante.
Nel giogo informe di altre prospettive
sul crinale di un morente cosmo
le ultime bizze dei Titani:
paiono spirali gassose pregne di rosso
puntellate di macchie di indecidibile nero
che violano l’anima di sigilli e lucchetti
formando concetti che oseremmo definire geometrici.
Un canto:
ove si dispongono le eterne palingenesi
non c’è spazio per il trasalimento
della legge morale.
E così, l’assurdo dei dormienti
si fa beffe degli Enti;
apre uno spazio ellittico
dal fondo d’una lente d’occhiale
poggiata sulle notti del comodino.
I lontani mattini in cui ti alzerai.
Altre vite.
Altri spazi collimanti.
E’ il dannato profumo della colazione
a tenerci qui avvinti.
Eppure qualcosa, ancora, manca.
E avanza tristemente l’autunno.
Lo si capisce dall’allungarsi d’ombre.
—–
A Gianni
Fuori, piove.
Settembre.
Un anno.
Caro amico, sei svaporato.
Un lampo.
Il temporale serale.
Pare ripetersi.
La notte.
Un anno.
E sei sparito.
Che significa “scomparire”.
Penso significhi: “essere nell’assenza”.
Ottimismo?
Il tuono.
Lo scroscio di pioggia battente.
E il vento a sferzare ai fianchi l’indomabile estate.
Domani ho una bolletta da pagare.
Il senso ignoto, l’arcano della burocrazia.
E tu sei scomparso.
Entro al bar e ordino un caffè.
La Posta Centrale.
C’è tutto un mondo senza Gianni Lenoci.
Adesso.
Nel tempo che trascorre.
Poco più di un tramonto.
E ti dilegui.
Parli alle tue mani agili.
Una farfalla sulla croce.
Sette sassi sul selciato.
La vita.
La morte.
Mi hai introdotto al frammento.
Cosa insiste sul finir della sera?
Lì, lì, la vedi?
Quella cosa che vagola.
Un nonnulla.
Echi.
La tua voce che non parla.
Ora cammini tutto dinoccolato sotto i portici.
Perché?
Che vuoi dirci?
Nella rugiada mattutina della campagna di Monopoli.
E quel mare che tu non amavi.
Un anno di silenzi.
Un anno di ricami sull’increspatura del nero.
Sembravi un monaco folle.
E le risate.
E la mannaia giù tagliar le teste.
E ancora risate.
Ovunque.
Nei portici.
Nell’aria secca d’un giugno dalle pareti spesse.
Una complicità furiosa.
Domare una belva.
Salgo su per le scale.
Il mio terzo piano.
Scendo giù dal 30 settembre 2019.
E dalla mia cantina torno indietro di due anni.
Ecco le cose che ancora abbiamo da dirci.
E tutte le cose che dobbiamo portare a compimento.
Ma tu cancelli e rimuovi.
Troppe braccia, troppe mani tese.
Il buio protegge dall’oscurità.
Lo sapevamo.
Frammenti.
Solo frammenti in uno scritto.
Nessuna forma può contemplarti.
Solo frammenti messi in colonna.
Frammenti.
Questa modalità espressiva
mi consente di vederti.
Ti muovi a zig-zag.
Lo strappo d’una pellicola bruciata.
Lo proietto sulle pareti della mia finestra.
Trasparenza che dà sul sole.
Luce infinita.
(Vampolieri 17-09-2020)
L’assenza di Gianni Lenoci è talmente asssurda che alla parola “Assurda” ho dovuto aggiungere una “S”. (Vampolieri 13-11-2020)
—–
Gianni e Lelio
Così diversi, così vibranti
Ve ne siete andati
Siete scomparsi
Come singolarità solcate il cielo
Nuove metamorfosi, differenti stadi.
A morire siamo buoni tutti
A vivere, forse un po’ meno.
Quante risate, troppe risate
Densità di ardori nelle cose minute
Il campare, a dirla tutta,
S’arricchiva perfino della vostra assenza
In vita
Ma adesso?
Siete il conforto della mia scrivania
Con le vostre facce parlanti
E quando declina la luce
Nel tramonto ghiacciato di dicembre
Mi pare di vedervi vivi
Di quella vita che abitavate un tempo
E che ora dimora in altre logge
Nella solennità che nega la menzogna.
Ciò che darà luce alla vostra opera
Riposa nella costanza di chi non si smarrisce
In chi conosce i percorsi fioriti di campagna
Che vanno verso il cuore della periferia del mondo.
(Stazzo 29-12-2020)
A Gianni Lenoci
—–
C’ERA UNA VOLTA GIANNI LENOCI
Fosti.
E già questo non è pensabile.
La tua dipartita è una detonazione muta
che adesso vibra per uno spazio privo di tempo.
In realtà la tua morte fu cristica, passionale
intrisa nella sofferenza di un Golgota chimico,
ma lo si sa, quando si assottigliano i limiti
tra caducità ed eternità
il messaggio degli déi giunge più facilmente
e corre sulle ali del tuo essere Hermes
per vortici e creste oceaniche.
Celata dalle forme della storia
v’era in te quell’essenza primordiale
che scolpisce, dispone dei terrestri
e riveste d’epitelio la magia dell’esistenza.
Essa pulsava di saggezza preolimpica
e ti regalava sprazzi d’una fanciullezza divina
nella danza muta della dimenticanza
che era propria di certi tuoi gesti,
quando eri distratto e non sottostavi
alle briglie di Psiche e Crono
nei momenti immensi della sacralità del de-pensarsi.
E adesso?
Adesso ricostruiamo sulle macerie
quelle che tu calpestavi con dolore
e con la santa indignazione
di chi non può piegarsi più del necessario
al baccanale degli osceni sorci.
Il vuoto che hai generato col tuo eclissarti
ridisegna nuove gerarchie per risonanza:
dalle sfere più basse alle superne
lo squittir dei sorci
l’assurdo canto dei Troni
l’unico abbraccio sonoro
esperibile e non manifesto.
Noi rimaniamo ancora confinati
nella “Regione della Brame”
a dannarci di dottrine
a scannarci in nome di un’etica
che non può più appartenere
a chi è in viaggio verso altri
anelli di congiunzione.
Assistiamo attoniti
alla tua celebrazione postuma
da parte dei molti sciacalli
di quelli che con sferzante invettiva
al tuo tempo canzonavi.
E questo assurdo che si costituisce
del fatto che tu non ci sei più
occorrerà pur servirlo
a tavola quando divoreremo
il corpo di Argos dai mille occhi
per farti rinascere in altre forme
ibride e mutevoli, oltre il limite dell’amorfo
come si conviene alle leggi del karma.
Per quel che concerne il mio quotidiano miserabile
beh, non è neanche questione di musica e di arti.
Perdo il mio confidente più prossimo
il mio interlocutore più fidato
io, che mai mi son sentito solo,
rimango intrappolato alle catene dei tuoi tag.
Essi partono in automatico
quando digito la “L”
nell’immane universo dei social
che ci univa sideralmente
per chat private e condivise
che custodirò come reliquia
dense di perle rare
come solo la ciarla può offrire
nel tempo della civiltà lussureggiante.
Così ti salutiamo, amico mio,
e davvero si può dire che
“C’era una volta Gianni Lenoci”
anche se fa male all’anima il perenne svanire
dei tuoi immensi arti di fantasma.
Per paradosso, la tua repentina assenza
– te che eri restio e ti facevi trascinare
per ogni esperimento collettivo
come un barone tirato giù dal letto
dalle rogne della servitù –
ha generato una comunità “lenociana”
figlia di una stella che collassa
ancella del tuo Sole Cieco.
Eh, quante risate ti starai facendo
nel constatare che cosa hai combinato.
Questa nuova setta di seguaci
gente dalla dura scorza e dal sorriso difficile
ti appartiene sai? E’ frutto del tuo senno.
La si riconosce da quel fiore blu
che sgorga a tratti dai liquori dell’anima
e macchia il bavero d’inverno
di giovani e vecchi senza età.
Quella è la tua gente.
Te lo avevo detto, maledetto “Uncle”
che la tua volontà di potenza
avrebbe superato l’ordine delle cose
e ti avrebbe avvolto nel mantello
del battito d’ali del mistero.
Così sei sparito, come l’illusionista che eri
nel “puf”della nuvoletta da prestigiatore
francese della “golden age”.
Fuori, nelle terre di Sicilia, si scatena una tempesta.
