Scritti su Gianni Lenoci (4)

Alcune mie liriche in memoria di Gianni Lenoci.

GIANNI LENOCI

Passeggiava sui resti
di un’umanità estinta
fra le braci di un pianeta morente.

La volta celeste
era violaceo chiarore
in cielo nessuna stella.

Il confine tra poesia e realtà,
una sottile membrana
di pensiero giallo tisico.

Fermare il flusso
del brulicare insettifero
resettare la palingenesi.

Essere sovrano della contemplazione
monarca della desolazione,
vivida e pura essenza antropomorfa.

Tangibile nell’assolutezza dell’Uno,
della non riproducibilità
costrutto dell’indeterminato cogitare.

Fece fiamme del Bene,
estirpó il Divenire alla radice,
fu pantocratore del proprio quotidiano.

Spietato come la caduta di un petalo,
si fece pensionato
e visse molti anni da nonno.

Nella fila alla posta
lo squarcio della visione:
essenze di eliche congruenti del DNA.

(poesia contenuta in “Canti Strozzati”, L’Erudita Edizioni)

—–

L’ASSENZA DI GL

C’è una presenza nella traiettoria obliqua

che percorro indefessamente

tra salone e cucina

una parvenza fantasmagorica 

che distorce la morfologia del quotidiano.

Si conclama all’improvviso

e screzia il decoro della certezza

tutto ciò su cui riposa 

l’assenza di pensiero.

È una presenza amica 

ma reca il dono dello sconcertante

giacché la mutazione alchemica

ha reso l’onnipotenza sospiro

e lo spirito sussurro.

Io trasalisco per un attimo

poi mi concedo alla fragranza del magico 

e trascorriamo insieme la giornata

lasciando fare, lasciando agire.

A un certo punto, quando lo si concorda 

apro le finestre per lasciar disperdere

la sua anima nell’essenza della sera.

—–

OTTOBRE VUOTO

Scompare all’improvviso la vita

resta una cosa insensata

un cartoccio di carta da pesce

gettato a due passi di marciapiede

fra le scarpe della specie

il vento urbano delle sette

i primi colpi di tosse

le ultime borse della spesa

la saggezza dei vicoli nascosti.

Più tardi

nella notte imminente

il frusciare dei manifesti scollati

la coda di paglia dello spazzino

una persiana che sbatte

lo zigzagare dei gatti

il coro dei sospiri degli insonni

il vezzo dei mulinelli di polvere 

l’ondeggiare dei lampioni

Monopoli che guarda il mare.

OTTOBRE PIENO

(poesia contenuta ne “Il Mondo Chiuso” – Robin Edizioni 2021)

QUANDO QUALCOSA SI SPEGNE

Quando qualcosa si spegne

si coltiva la speranza.

Quando qualcosa si spegne

si ravvivano le ceneri.

Quando qualcosa si spegne

scalcia furente il cavallo.

Quando qualcosa si spegne

scorre il rosario nella preghiera.

Quando qualcosa si spegne

la divisa del soldato perde un bottone.

Quando qualcosa si spegne

ogni menzogna diventa cieca.

Quando qualcosa si spegne

nel cuore del vile si prova il rimorso.

Quando qualcosa si spegne

nel verso finale si compie la scelta.

(Sibilano le  pallottole. 

Alla fiamma del dono votivo

si torcono le foglie di edera e vite

nella grazia dell’ultimo sguardo).

—–

ASSENZE E PRESENZE

E’ un attimo di qualcosa che fugge

uno spazio raffermo di vissuto

che trova altre necessità, altre cadenze.

Più tardi, nella stanza

l’esistenza del mistero del presente

s’abbandona alla pigrizia del demiurgo stanco

– una pallottola d’argento

fra le piume di un cuscino turco.

Ombre di vita 

nell’apparente intermittenza

si fan mantra balbuziente

e contingenza trigonometrica

dalle sembianze antropomorfe.

Sei tu? 

Invano, altre creature col becco da corvo

s’aggirano negli anfratti della notte

– inghiottite dai vortici delle case

ali e zampe degli amici miei.

Nel buio finalmente uno specchio:

quante sono le dita di una mano?

Cinque si risponde.

Quattro lo si pensa.

—–

QUALCOSA IN MENO

Morton Feldman: Rothko Chapel 5

nella vita manca sempre un pezzo

forse il tassello ultimo

necessario a comporre il puzzle.

Il suono di celesta richiama in adunata 

la legione di volti per addensamenti di storie 

tangenziale a vortici di plastico calore

che una mano amica spazza via.

Giù in fondo l’orizzonte è più scuro

come un mare di porpora

improvvisamente ghiacciatosi 

nella distrazione sconcertante.

Nel giogo informe di altre prospettive

sul crinale di un morente cosmo

le ultime bizze dei Titani:

paiono spirali gassose pregne di rosso

puntellate di macchie di indecidibile nero

che violano l’anima di sigilli e lucchetti 

formando concetti che oseremmo definire geometrici.

Un canto: 

ove si dispongono le eterne palingenesi 

non c’è spazio per il trasalimento

della legge morale.

E così, l’assurdo dei dormienti 

si fa beffe degli Enti;

apre uno spazio ellittico

dal fondo d’una lente d’occhiale

poggiata sulle notti del comodino.

I lontani mattini in cui ti alzerai.

Altre vite.

Altri spazi collimanti.

E’ il dannato profumo della colazione

a tenerci qui avvinti.

Eppure qualcosa, ancora, manca.

E avanza tristemente l’autunno.

Lo si capisce dall’allungarsi d’ombre.

—–

A Gianni

Fuori, piove. 

Settembre.

Un anno. 

Caro amico, sei svaporato. 

Un lampo. 

Il temporale serale. 

Pare ripetersi. 

La notte. 

Un anno. 

E sei sparito. 

Che significa “scomparire”. 

Penso significhi: “essere nell’assenza”. 

Ottimismo?

Il tuono. 

Lo scroscio di pioggia battente. 

E il vento a sferzare ai fianchi l’indomabile estate. 

Domani ho una bolletta da pagare. 

Il senso ignoto, l’arcano della  burocrazia.

E tu sei scomparso. 

Entro al bar e ordino un caffè.

La Posta Centrale.

C’è tutto un mondo senza Gianni Lenoci. 

Adesso.

Nel tempo che trascorre.

Poco più di un tramonto.

E ti dilegui.

Parli alle tue mani agili.

Una farfalla sulla croce.

Sette sassi sul selciato.

La vita.

La morte.

Mi hai introdotto al frammento.

Cosa insiste sul finir della sera?

Lì, lì, la vedi?

Quella cosa che vagola.

Un nonnulla.

Echi.

La tua voce che non parla.

Ora cammini tutto dinoccolato sotto i portici.

Perché?

Che vuoi dirci?

Nella rugiada mattutina della campagna di Monopoli.

E quel mare che tu non amavi.

Un anno di silenzi.

Un anno di ricami sull’increspatura del nero.

Sembravi un monaco folle.

E le risate.

E la mannaia giù tagliar le teste.

E ancora risate.

Ovunque.

Nei portici.

Nell’aria secca d’un giugno dalle pareti spesse.

Una complicità furiosa.

Domare una belva.

Salgo su per le scale.

Il mio terzo piano.

Scendo giù dal 30 settembre 2019.

E dalla mia cantina torno indietro di due anni.

Ecco le cose che ancora abbiamo da dirci.

E tutte le cose che dobbiamo portare a compimento.

Ma tu cancelli e rimuovi.

Troppe braccia, troppe mani tese.

Il buio protegge dall’oscurità.

Lo sapevamo.

Frammenti.

Solo frammenti in uno scritto.

Nessuna forma può contemplarti.

Solo frammenti messi in colonna.

Frammenti.

Questa modalità espressiva

mi consente di vederti.

Ti muovi a zig-zag.

Lo strappo d’una pellicola bruciata.

Lo proietto sulle pareti della mia finestra.

Trasparenza che dà sul sole.

Luce infinita.

(Vampolieri 17-09-2020)

L’assenza di Gianni Lenoci è talmente asssurda che alla parola “Assurda” ho dovuto aggiungere una “S”. (Vampolieri 13-11-2020)

—–

Gianni e Lelio

Così diversi, così vibranti

Ve ne siete andati

Siete scomparsi

Come singolarità solcate il cielo

Nuove metamorfosi, differenti stadi.

A morire siamo buoni tutti

A vivere, forse un po’ meno.

Quante risate, troppe risate

Densità di ardori nelle cose minute

Il campare, a dirla tutta,

S’arricchiva perfino della vostra assenza

In vita

Ma adesso?

Siete il conforto della mia scrivania

Con le vostre facce parlanti

E quando declina la luce

Nel tramonto ghiacciato di dicembre

Mi pare di vedervi vivi

Di quella vita che abitavate un tempo

E che ora dimora in altre logge

Nella solennità che nega la menzogna.

Ciò che darà luce alla vostra opera

Riposa nella costanza di chi non si smarrisce

In chi conosce i percorsi fioriti di campagna 

Che vanno verso il cuore della periferia del mondo.

(Stazzo 29-12-2020)

A Gianni Lenoci 

—–

C’ERA UNA VOLTA GIANNI LENOCI

Fosti.

E già questo non è pensabile.

La tua dipartita è una detonazione muta 

che adesso vibra per uno spazio privo di tempo.

In realtà la tua morte fu cristica, passionale

intrisa nella sofferenza di un Golgota chimico,

ma lo si sa, quando si assottigliano i limiti 

tra caducità ed eternità

il messaggio degli déi giunge più facilmente

e corre sulle ali del tuo essere Hermes

per vortici e creste oceaniche.

Celata dalle forme della storia

v’era in te quell’essenza primordiale

che scolpisce, dispone dei terrestri

e riveste d’epitelio la magia dell’esistenza.

Essa pulsava di saggezza preolimpica

e ti regalava sprazzi d’una fanciullezza divina

nella danza muta della dimenticanza

che era propria di certi tuoi gesti, 

quando eri distratto e non sottostavi

alle briglie di Psiche e Crono

nei momenti immensi della sacralità del de-pensarsi.

E adesso? 

Adesso ricostruiamo sulle macerie

quelle che tu calpestavi con dolore

e con la santa indignazione

di chi non può piegarsi più del necessario

al baccanale degli osceni sorci.

Il vuoto che hai generato col tuo eclissarti

ridisegna nuove gerarchie per risonanza:

dalle sfere più basse alle superne

lo squittir dei sorci

l’assurdo canto dei Troni

l’unico abbraccio sonoro

esperibile e non manifesto.

Noi rimaniamo ancora confinati

nella “Regione della Brame”

a dannarci di dottrine

a scannarci in nome di un’etica

che non può più appartenere

a chi è in viaggio verso altri

anelli di congiunzione.

Assistiamo attoniti 

alla tua celebrazione postuma

da parte dei molti sciacalli

di quelli che con sferzante invettiva

al tuo tempo canzonavi.

E questo assurdo che si costituisce

del fatto che tu non ci sei più

occorrerà pur servirlo

a tavola quando divoreremo

il corpo di Argos dai mille occhi

per farti rinascere in altre forme 

ibride e mutevoli, oltre il limite dell’amorfo

come si conviene alle leggi del karma.

Per quel che concerne il mio quotidiano miserabile

beh, non è neanche questione di musica e di arti.

Perdo il mio confidente più prossimo

il mio interlocutore più fidato

io, che mai mi son sentito solo,

rimango intrappolato alle catene dei tuoi tag.

Essi partono in automatico

quando digito la “L”

nell’immane universo dei social

che ci univa sideralmente

per chat private e condivise

che custodirò come reliquia

dense di perle rare

come solo la ciarla può offrire 

nel tempo della civiltà lussureggiante.

Così ti salutiamo, amico mio,

e davvero si può dire che

“C’era una volta Gianni Lenoci”

anche se fa male all’anima il perenne svanire 

dei tuoi immensi arti di fantasma.

Per paradosso, la tua repentina assenza

– te che eri restio e ti facevi trascinare 

per ogni esperimento collettivo

come un barone tirato giù dal letto

dalle rogne della servitù –

ha generato una comunità “lenociana”

figlia di una stella che collassa

ancella del tuo Sole Cieco.

Eh, quante risate ti starai facendo

nel constatare che cosa hai combinato.

Questa nuova setta di seguaci

gente dalla dura scorza e dal sorriso difficile

ti appartiene sai? E’ frutto del tuo senno.

La si riconosce da quel fiore blu

che sgorga a tratti dai liquori dell’anima

e macchia il bavero d’inverno

di giovani e vecchi senza età. 

Quella è la tua gente.

Te lo avevo detto, maledetto “Uncle”

che la tua volontà di potenza 

avrebbe superato l’ordine delle cose

e ti avrebbe avvolto nel mantello

del battito d’ali del mistero.

Così sei sparito, come l’illusionista che eri

nel “puf”della nuvoletta da prestigiatore

francese della “golden age”.

Fuori, nelle terre di Sicilia, si scatena una tempesta.

Pubblicato da Francesco Cusa

Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers. Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri. Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria. Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera. Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto. Collaborazioni: Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. 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