Film monumentale. Sono state dette già molte, troppe cose. Non mi dilungherò dunque sull’impressionante gioco di citazioni (“Ombre Rosse”, “La Cosa”, il cinema di Agatha Christie, Sergio Leone ed Elmore Leonard, il sangue di Sam Peckinpah e ci aggiungerei anche “Huis Clos” di Sartre), e andrò subito al nocciolo.
“The Hateful Eight” è un film di denuncia agli Stati Uniti d’America, così come lo è la serie più “tarantiniana” dei mondo dei videogame: GTA.
Ciò è evidente in maniera lampante: la lettera di Lincoln e la separazione in settori della taverna di Minnie, quasi a mimare uno spazio teatrale di rappresentazione dell’intera mappatura del paese.
Ma “The Hateful Eight” è anche ’la versione western di un altro film che narra della costituzione violenta e barbara della democrazia degli Usa: “Gangs of New York” di Martin Scorsese. Tale forza espressiva e di denuncia l’ho riscontrata in alcuni romanzi di Wu Ming, su tutti “Manituana”.
Raramente ci si trova di fronte ad un meccanismo ad orologeria di tale sofisticata perfezione. Tutto sembra scorrere lento, inesorabile e si incastra alla perfezione, come nelle meccaniche d’un cucù ticinese.
Nella cornice raggelata, nel biancore melivilliano che tutto avvolge – bianco “tremendo”, bianco infernale (“un uomo nel gelo darebbe tutto per una coperta”) -, si dipana la mirabile sceneggiatura di Tarantino, tenue filo rosso sangue d’una matassa tenuta in mano dalla Parche. Freddo e fiamma, stasi e vento, biancore e tenebre… e la porta, la maledetta porta che non ne vuole sapere di starsene chiusa (“Non aprite quella porta!”). Martello e chiodi, chiodi e martello.
Il Cristo che campeggia nella straordinaria scena di apertura, Cristo ricoperto di neve, Cristo che porta il pesante fardello della rappresentazione del divino qui, sulla terra, su questo raggelato Wyoming, martoriato dagli orrori della Guerra Civile, è il Redentore privato di carisma, vittima del freddo che raggela i cuori.
Otto personaggi, otto simboli, otto attori. La carta numero VIII dei tarocchi è quella della Giustizia. La Giustizia reca una spada a doppio taglio, e se osserviamo bene la carta, essa è sinonimo di equilibrio e perfezione, che non implicano necessariamente il concetto di simmetria (simmetria che era considerata dai costruttori di cattedrali come segno del diabolico, di una perfezione statuaria che è tipica dei corpi inerti, della morte). Inoltre, sempre a ben guardare, la bilancia è anch’essa asimmetrica (si evince che il gomito e la gamba sinistra fanno leva e ciò ha varie sfumature di interpretazione nella lettura, che può alludere alla truffa o viceversa all’invito a non essere troppo perfezionisti, a mimare la stasi, la morte). Ora: cosa accade nel film? Semplice: una donna deve essere consegnata alla forca per mano di un cacciatore di taglie: il Boia. Dunque è la giustizia che deve fare il suo corso, inesorabilmente, secondo regole e codici condivisi dalla comunità. Ebbene quale giustizia? Qui il discorso si fa complesso e questo ricorso al numero otto non può essere casuale. Ciascuno degli otto personaggi può vantare una sua propria idea di giustizia; su tutte campeggia quella dei neri oppressi del Maggiore Marquis, che trova legittimazione tramite un falso che gli consente di farsi strada nel West: la lettera del presidente Lincoln a lui indirizzata, documento farlocco che fungerà da sentenza, e che verrà declamato a celebrazione di una assurda, ma quantomai legittima impiccagione.
Le condizioni di cattività in cui nasce la democrazia americana vengono qui mostrate in tutta la loro vivida forza; ogni tassello della pellicola è una fucilata alla pancia dello spettatore, ogni inquadratura, un chiodo da schiacciare sulla croce simbolo del martirio. Il sangue che, nel sensazionale e travolgente finale, inonda il volto di Jennifer Jason Leigh, alimenta il lago di plasma su cui verranno erette le fondamenta di un sistema democratico costruito sulla violenza brutale e sul razzismo.
Il calvario di Daisy Domergue è simbolicamente connesso alla catena cui è legata al suo carceriere John Ruth. La loro simbiosi rappresenta l’ambiguità della condizione umana. Ogni scelta è in qualche modo corrotta, falsa, sbagliata. Tutti mentono in funzione di un dogma che non è “ideale” in senso platonico, ma disperatamente contingente, opportunistico. Assieme al cadavere di Daisy ciondola un pezzo di arto del suo boia, frammento monco del braccio mozzato del giustiziere, vilipendio del decoro e della forma, miserabile “resto” d’una figura leggendaria. (L’arcano XIII senza nome, che miete corpi e teste…). Non c’è pessimismo in Tarantino, semmai un bisogno di epuzione e di catarsi.
La zuppa calda: i fagioli ingurgitati da Terence Hill in “Lo chiamavano Trinità”.
Il preziosismo della caramella rossa fa le assi del pavimento della taverna: particolare che tornerà utile un’ora dopo.
Questo film è legato, da un punto di vista psicologico, al “Carnage” di Polanski, anche se “The Hateful Eight” ha una caratterizzazione dei personaggi molto simile a quella dei giochi di ruolo (e delle carte dei tarocchi). Insomma, ciascun personaggio è investito d’un magnetismo totalizzante, universale. L’individuo è dominato e agito kafkianamente dalla legge, e questa assume di volta in volta i contorni cangianti della soggettività culturale e del microcosmo degli avatar di riferimento.
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Pubblicato da Francesco Cusa
Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers.
Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri.
Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria.
Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera.
Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto.
Collaborazioni:
Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. Glerum, Assif Tsahar, Natalia M.King, Lionel Rolland , Dj.Pushy, Christophe_Monniot, Tanja Feichtmair, Manu_Codjia, Emil Spany, Arrington_de_Dionyso, Gianluca Petrella, Claudio Lugo, Marco Cappelli, Jean Marc Monteral, Ab_Baars, Ig_Henneman, Danilo Gallo, Beppe Scardino, Francesco Bigoni, Stefano Senni, Piero Bittolo Bon, i Robotobibok, Giovanni Falzone, Tito Magialajo, Enrico Terragnoli, Carlos Zingaro, John_Tilbury, Gianni Lenoci, Billy Bang, Antono Borghini, Pasquale Mirra, Francesco Bearzatti, Amy Denio, Vincenzo Vasi, Mike Cooper, Giorgio Pacorig, Paolo Sorge, Pasquale Innarella, Tony Cattano, Silvia Bolognesi, Leila Adu, Marta Raviglia, Henry Cook, Giacomo Ancillotto, Roberto Raciti, Federico Squassabia, Gaia Mattiuzzi, Dean Bowman, Don_Byron, Peter_van_Bergen, Jan Willem Van Der Ham, Ernst-Ludwig_Petrowsky, Michael Occhipinti, Giovanni Mayer, Eyal Mayoz, Jim Pugliese, Nicole Federici, Mauro Pagani,Ron_Anderson, Francesco Cafiso, Dan Kinzelman, Emilio Galante, Simone Zanchini, Lisa Mezzacappa, [3], Gabriele Mirabassi, Tellef Øgrim, Trewor Brown, Alessandro Vicard, Michael Fisher, Heinrich von Calnein, Oscar Noriega, Peter_Zummo, Greg_Burk, Antonello Salis, Carlo Atti, Tom_Arthurs, Daniele Del Monaco, Yotam_Haber, Raiz (Almamegretta), Gabriele Coen, Luca Aquino, Francesco Ponticelli, Valeria Sturba, Jean-Francois Pauvros, Samuel Cromwell, Claudio Cojaniz, Alex Turchetti, Aldo Giosué, Giorgia Santoro, Alex Meguire, Sarah Gail Brand le i danzatori e coreografi Roberto Zappalà Cinzia Scordia, Melaku Belay, Jennifer Cabrera, e Florence La Porte, gli artisti visivi Fred Gautnier, Cane Capovolto, "Gli Impresari", the gli scrittori Wu Ming, Andrea Inglese, Stefano Zenni, Federico Fini.
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