Certa critica in Italia

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  • Nel micro-macro mondo del jazz-giezz, capita di leggere sui social di querelle e litigi in ambito di critica musicale, la qual cosa poi in Italia implica (soprattutto per i musicisti che partecipano a queste chiacchiere), sempre che non si rientri entro certi parametri di scuderia e di “ecologia” degli interventi, l’esser messi alle berlina, ghettizzati, tacciati di vittimismo. Personalmente me ne frego; queste cose le ho scritte in tempi non sospetti, e dunque ogni tanto mi riservo qualche considerazione, come in questo caso. Cominciamo col dire un’ovvietà: la critica jazz italiana, con alcune importanti eccezioni (e parliamo di vere eccellenze che mi onoro di conoscere e stimare), è, ancora nel 2020, critica di matrice dilettantistica, dopolavoristica e amatoriale. Pochi conoscono seriamente linguaggi, tecniche, semiotiche a un livello musicologico di base, pochissimi poi sono quelli che praticano la musica e sono in grado di leggere uno spartito. Intendiamoci, l’essere preparati anche in maniera professionalmente seria implicherebbe un livello di consapevolezza ulteriore, ossia la realizzazione d’esser al gradino di partenza della riflessione estetica in determinati ambiti, non del jazz in sé, ma “dei” jazz declinato al plurale. Pensare di riconoscere un idioma comune generico e confidare di potersi districare con destrezza nella giungla dei nuovi codici è impresa alquanto ardua, giacché pochi hanno gli strumenti necessari per cogliere i nessi dell’attuale livello di frantumazione del linguaggio jazzistico (i risultati visibili e patenti di tali operazioni di semplificazione dei linguaggi o, per converso, di sofisticate quanto sterili (ri)letture di materiali sonori semplici e lineari, sono facilmente verificabili). Cosicché assistiamo alle kermesse paesane, agli scannatoi da social in cui ciascuno (devo dire con una notevole dose di arroganza, del resto tipica di chi è affetto dalla sindrome di Dunning-Kruger), prova a perorare la propria isterica causa: “gli italiani non fanno jazz, i neri sì” e altre sciocchezze del genere, come è dato sovente di leggere, è il leitmotiv che risuona dietro i falsi paraventi della dialogica politicamente corretta. Un dato tecnico: riuscire a decifrare e a comprendere il senso di una composizione di jazz contemporaneo oggi implica un elevatissimo grado di conoscenza tecnica, armonica, ritimica, melodica di base. Sono linguaggi complessi a cui non è possibile approcciarsi se non attraverso un tirocinio di studi e pratiche costanti. Intendiamoci: ogni parere è sacro. La musica, l’arte non appartengono agli artisti; esse vivono autonomamente come oggetti estetici, singolarità. Però un conto è esprimere una critica sentita che, per quanto naïf, sia in grado di penetrare, meglio e più di ogni altra, il senso intimo e profondo dell’opera, altra cosa è invece l’assumere atteggiamenti spocchiosi e denigranti nei confronti di chi poi questo universo sonoro lo abita e si espone direttamente sul palco. Carmelo Bene divideva i critici in tre categorie: gazzettieri, travesti e supermaschi. Sempre Carmelo Bene affermava: “piantiamola con la storia del pubblico che non vuole niente”. E cosa ha significato in termini di pubblico tutta la manfrina di queste ultime decadi? È del tutto evidente che, se i soggetti-organizzatori della “Cosa-Jazz-Italiana” (e con essi buona parte di critici-organizzatori) hanno ben pensato di perorare determinate proposte jazzistiche fin dal principio degli anni Novanta, il pubblico che si è generato è il prodotto di tale semina. Questa questione di carattere più, diciamo, sociologico, dovrebbe essere centrale per tutta una fetta di critica meno ferrata in campo musicologico e magari più incline a occuparsi di inchieste di taglio giornalistico (alcuni riuscirebbero certamente meglio in tali propositi, e farebbero meglio a evitare di entrare in analisi di opere obiettivamente inaccessibili al loro livello di conoscenze musicali). Un tempo era Kipling a sostenere che un verso di Keats è grandezza e tutto il resto è poesia. Oggi qualsiasi “gazzettiere” (per tornare alla tripartizione di Bene) può permettersi tali azzardi (sempre leciti, per carità, purché siano frutto del criterio della pertinenza). Purtroppo, mi capita spesso di constatare che certe forme di ignoranza (soprattutto in questi aleatori ambiti, che aleatori non dovrebbero mai essere dal punto di vista di una seria impostazione estetica), sono alle basi del “giudizio” critico di un’opera, di ciò che costituisce il plesso di argomentazioni sterili che, sovente, fungono da stampelle alla rigidità di un costrutto sintattico campato in aria. La storia dell’arte è somma epistemologia dell’errore. Dagli sbagli si è generata una poetica, soprattutto nel (nei) jazz. Ciò che pare essersi cristallizzato nel suo fondale cieco è l’urgenza espressiva dei gazzettieri, che non tengono mai conto, salvo che in qualche raro caso, dell’assoluta incostanza dell’artista e dei suoi prodotti, viceversa violentati alla bacheca del giudizio scolastico di certi trend giornalistici. Lo so, sono problematiche ataviche; era ciò che faceva di Huysmans prima l’artista e poi il critico. Badate bene che a fare certi discorsi ancora nel 2020, dopo tutte le diatribe dei Settanta, degli Ottanta e dei Novanta, si corre il rischio di perdere il senno. Ma tant’è, sono ancora qui a sentire la necessità di scriverle certe cose, che a me paiono fin troppo evidenti. Siamo ancora – incredibilmente – al dilemma tra critica soggettivizzata e critica scientifica… che poi… dilemma… oramai non frega quasi più nessuno di certe questioni, il jazzista medio essendo una sorta di pelandrone del gusto e la critica nostrana l’equivalente di una comitiva turistica in viaggio (si generalizza, ma questo è nella sostanza: ci sono poi, certo, gli eremiti dell’ascolto, gli integralisti, ma quelli sono ancora più pericolosi per mille altri aspetti che sarebbe utile analizzare in altro scritto).
  • Lasciamo cadere una frase a chiusura di questo scritto, magari a qualcuno arriva forte e chiaro il messaggio analogico di questo limitato scrivere: Danton all’assemblea: “Noi non vogliamo giudicare Luigi XVI, vogliamo assassinarlo”. Non è forse ciò che, in questa epoca, il critico fa, nei giorni dell’esercizio del suo potere? E questo assassinare con le parole e il giudizio, non è forse figlio della brutale pigrizia post-prandiale piuttosto che di una reale natura attiva e consapevole che abbia scopi e fini nobili?

Pubblicato da Francesco Cusa

Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers. Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri. Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria. Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera. Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto. Collaborazioni: Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. Glerum, Assif Tsahar, Natalia M.King, Lionel Rolland , Dj.Pushy, Christophe_Monniot, Tanja Feichtmair, Manu_Codjia, Emil Spany, Arrington_de_Dionyso, Gianluca Petrella, Claudio Lugo, Marco Cappelli, Jean Marc Monteral, Ab_Baars, Ig_Henneman, Danilo Gallo, Beppe Scardino, Francesco Bigoni, Stefano Senni, Piero Bittolo Bon, i Robotobibok, Giovanni Falzone, Tito Magialajo, Enrico Terragnoli, Carlos Zingaro, John_Tilbury, Gianni Lenoci, Billy Bang, Antono Borghini, Pasquale Mirra, Francesco Bearzatti, Amy Denio, Vincenzo Vasi, Mike Cooper, Giorgio Pacorig, Paolo Sorge, Pasquale Innarella, Tony Cattano, Silvia Bolognesi, Leila Adu, Marta Raviglia, Henry Cook, Giacomo Ancillotto, Roberto Raciti, Federico Squassabia, Gaia Mattiuzzi, Dean Bowman, Don_Byron, Peter_van_Bergen, Jan Willem Van Der Ham, Ernst-Ludwig_Petrowsky, Michael Occhipinti, Giovanni Mayer, Eyal Mayoz, Jim Pugliese, Nicole Federici, Mauro Pagani,Ron_Anderson, Francesco Cafiso, Dan Kinzelman, Emilio Galante, Simone Zanchini, Lisa Mezzacappa, [3], Gabriele Mirabassi, Tellef Øgrim, Trewor Brown, Alessandro Vicard, Michael Fisher, Heinrich von Calnein, Oscar Noriega, Peter_Zummo, Greg_Burk, Antonello Salis, Carlo Atti, Tom_Arthurs, Daniele Del Monaco, Yotam_Haber, Raiz (Almamegretta), Gabriele Coen, Luca Aquino, Francesco Ponticelli, Valeria Sturba, Jean-Francois Pauvros, Samuel Cromwell, Claudio Cojaniz, Alex Turchetti, Aldo Giosué, Giorgia Santoro, Alex Meguire, Sarah Gail Brand le i danzatori e coreografi Roberto Zappalà Cinzia Scordia, Melaku Belay, Jennifer Cabrera, e Florence La Porte, gli artisti visivi Fred Gautnier, Cane Capovolto, "Gli Impresari", the gli scrittori Wu Ming, Andrea Inglese, Stefano Zenni, Federico Fini.

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