
MARIO L’ANTIPATICO
Era antipatico ma si sforzava di essere simpatico a tutti i costi. L’insieme delle sue caratteristiche psicosomatiche contribuiva a renderlo tale. C’era qualcosa nella conformazione della sua scatola cranica che… disturbava. Non si può dire che Mario fosse un brutto uomo, anzi, per certi aspetti i suoi tratti avevano un che di nobile e gentile, ma, per ragioni difficilmente comprensibili, il rapporto fra le varie parti del viso risultava disarmonico, probabilmente a causa della rigidità della mandibola che gli conferiva l’aria d’una perenne sfida con l’Altro e che non concedeva tregua alla naturale dinamica relazionale (sembra che tal paresi-ghigno si fosse conclamata a Ragalna, durante un ballo e il bacio con una tal Lucia, che a lui sembrava la personificazione della maschera di una terrificante divinità persiana a causa di quell’apparecchio ai denti incastonato di molliche di panino all’olio e frammenti di sottiletta). Inoltre, Mario aveva un che di pretesco, i modi gestuali e la parlantina dello sfigato-che-le-prendeva-a-scuola, cui faceva da contrappunto una certa qual falsa flemmaticità che rammentava quella dell’isterico sedato, tutte peculiarità che egli riusciva a malapena a camuffare a seguito di certa modulazione posturale, anch’essa rivelatrice (quantomeno ai più accorti) di devastanti angosce dell’età prepuberale. A tutto il perturbato quadro, doveva poi aggiungersi un altro vizio: Mario aveva l’improcrastinabile impellenza di dire qualcosa, di riempire il vuoto di un ipotetico palinsesto (che è sempre metafisico) che generava nel suo animo lo stratificarsi del mostruoso sotto le vuote forme della maschera.
- Sì, ma…
- Non vorrei insistere…
- Veramente non è questo il punto…
- Parla, parla tu allora…
- Per carità, ci mancherebbe, però…
Di norma, venivano quindi a verificarsi delle reazioni negative da parte di chi si trovasse a interagire con Mario a causa delle sue caratteristiche morfologiche e caratteriali, ciò, beninteso, a dispetto delle sue migliori intenzioni e dei suoi sinceri propositi di risultare comunque simpatico.
Sua moglie lo detestava in ogni sua forma ed espressione, a cominciare dalla maniera con cui faceva scattare la serratura del portoncino del giardinetto. Un colpo breve veloce e nervoso. E poi quella di casa. Tre colpi brevi e uno lungo. Lei, che non riusciva a lasciarlo perché affetta da una grave forma di psicosi e di disturbo di contatto con la realtà, credeva che il marito Mario fosse più morto che vivo e che avesse stretto un patto con varie entità al fine di temprarla per il raggiungimento di un al di là di luce dopo una vita di travaglio insieme. Maddalena era di origini ciociare, e un tempo, prima di trasferirsi in Sicilia, era stata adepta della “Chiesa Cristiana Universale della Nuova Gerusalemme”, più nota come “ Chiesa del Bambino Gesù di Gallinaro”. Mario l’aveva sposata che era appena maggiorenne, presentandosi come rispettoso delle apparizioni occorse a Giuseppina Corcia e poi a suo cognato Mario Samuele Puglisi, e millantando donazioni alla “Casa Serena del Bambin Gesù”. Naturalmente il loro matrimonio non era mai stato consumato per via dei convincimenti di entrambi che prevedevano l’assoluta astinenza dai rapporti sessuali, e così,
le caratteristiche della relazione di Mario e di sua moglie Maddalena, finirono col rappresentare il nucleo da cui si irradiava l’aura guasta della vibrazione di Mario, che si estendeva dalla dimora-modem tramite una rete virale, generando le emanazioni del suo avatar di Soggetto Antipatico Alfa. Tale cattivo influsso si nutriva dunque dell’humus generato dall’odio di Maddalena e rendeva Mario consapevole del suo ineluttabile destino di antipatico coltivato in vitro in quella sorta di aborto che era il loro matrimonio, vera prova inconfutabile della natura universale della sua sventurata condizione.
C’è da dire che per un periodo, sui quarant’anni, Mario aveva cominciato a stufarsi di essere sempre evitato dal prossimo. Provando ad adottare nuove strategie di cambiamento, decise di rimanere in silenzio per qualche mese e di girovagare in attesa che qualcuno lo interpellasse per un consiglio, un parere… niente. Il genere umano pareva ostile alla sua esistenza, e il fatto che non ci fosse alcun’altra motivazione al di fuori di ciò che Mario visualizzava come un microscopico scrigno sigillato, lo rendeva inerme.
Quell’icona con la relativa scritta “Qui dentro c’è la spiegazione del perché stai sul cazzo a tutti ma non hai la chiave” che brillava fosforescente in un’immaginaria tenebra, era diventata da allora una fedele compagna di vita per Mario. Di giorno e di notte questo scrigno, che emanava feroci lampi dalle feritoie lasciando intuire quale fosse la forza contenuta all’interno, continuava a levitare in un luogo ipotetico dei suoi pensieri come una sorta di perenne Croce di Costantino, e prostrava la sua anima tormentata, che ora pareva impermeabile e racchiusa in un micromondo confinante con altri micromondi relazionali.
Mario, grazie a questo periodo di astinenza comunicativa, comprese di essere prigioniero in un frattale indefinito di bolle e che ogni forma di comunicazione con l’esterno era, di fatto, una pura illusione.
Che fosse un risvegliato? Un iniziato? Possibile? Intuì, in un momento topico e irripetibile, che la sua antipatia era un dono necessario alla folgorazione. Un po’ come accade in certi ambienti (e Mario aveva trascorsi nobiliari) quando si è trascinati a una festa chic e si prova imbarazzo per l’abbigliamento poco consono, per poi scoprire d’essere diventati trendy proprio in virtù della temuta trasandatezza.
Per farla breve, tutta la realtà era una sorta di informe alveare vestito dalle apparenze di psicomondo e psicocosmo, di pulsanti molteplicità accatastate e trasparenti, ma al contempo affatto fragili e per nulla permeabili, una realtà in cui lo sballo della comunicazione in chiave psicologica si rendeva necessario all’illusione ecumenica dell’individuo, altrimenti dannato al suo isolamento nella propria celletta di riferimento. L’antipatia che Mario suscitava era l’elisir che lo aveva proiettato verso questa presa di coscienza, la severa sostanza maieutica di cui nutrirsi per una vera rinascita, la peculiarità funzionale al suo risveglio iniziatico.
Paragonava questo suo apice di consapevolezza a quello degli eroi antichi, alla folgorazione dell’illuminato, all’immanenza degli dei (Mario prese atto d’esser diventato messaggero di Dio nello spazio di un amen). Tutte queste informazioni preziose le doveva allo Scrigno, alla sacra icona perennemente accesa sul suo altare eterico e fluttuante come una vaporosa Kaaba.
Era il 14 maggio. Quel giorno Mario uscì fuori di casa, discese la via di San Giuliano a rotta di collo e raggiunse Piazza Duomo ove constatò che le palle dell’elefante posto sopra l’obelisco fossero al loro posto. Quindi si precipitò alle spalle di Palazzo Biscari per controllare che la statua di Ferdinando I di Borbone fosse ancora decapitata. Infine si lanciò correndo all’impazzata verso Piazza Stesicoro a verificare che la statua di Vincenzo Bellini fosse ancora assisa sul suo scranno.
Poco prima, nel bel mezzo della frugale colazione, lo scrigno si era improvvisamente aperto e aveva rivelato una singolarità nella zona risultante dalla triangolazione fra questi tre monumenti, una sorta di portale che garantiva la penetrazione tra i vari micromondi degli uomini. Nella visione, la testa del “Re Nasone” era perfettamente collocata sul collo della statua e fungeva da faro: era la fonte originaria da cui si irradiava la linea del raggio che, vellicando le palle dell’elefante e titillando le cosce del compositore, finiva col comporre l’area chiamata Triangolo Neutro. Mario ottenne l’accesso all’attraversamento dei corpi, a sondare le menti di chiunque si trovasse a transitare in quella zona, a penetrare come burro le pareti dei bar, dei negozi, delle case e delle chiese, e così, le emozioni, le sensazioni, le paure dei passanti nell’area del Triangolo Neutro furono anche le sue. Gli bastava accostarsi e penetrare la guaina corporea di chiunque per essere di volta in volta bambino, donna, madre, uomo, padre, nonno, zio, amica, ladro, turista, commesso, imprenditore, banchiere. L’accesso alla zona neutra era consentito ai pochi reietti che avessero quello che, paradossalmente, ai demiurghi pareva un prezioso requisito: l’assoluta mancanza di speranza.
Mario, candidato ideale in questa sua fase topica della vita, cominciò a vagare da un corpo all’altro come un fantasma, vivendo le gioie e i drammi di ogni vita e provando per ogni transito le emozioni di intere esistenze che a lui si manifestavano nell’arco di un istante e in tutta la loro ampiezza. E se provava a soffermarsi, a indugiare per qualche tempo all’interno di ciascuna vita, si sentiva di impazzire, perché la contemporaneità di due vite non è commensurabile per la vulnerabilità di una sola mente, giacché l’anima di Mario era sempre compresente, e certe esistenze finivano col prostrarlo e col renderlo ancora più confuso, in ragione del fatto che ogni punto di vista sembrava lecito e condivisibile. Essere la peggiore delle canaglie, la madre vessata dalle angherie della vita o rivivere la dirompente energia del ragazzo che ha appena marinato la scuola determinava una tale sofferenza fisica e mentale da ridurre Mario quasi allo stato catatonico.
Del resto era estremamente difficile distaccarsi da un corpo, in quanto il processo di identificazione era totalizzante, e bastava un solo respiro per essere l’intera vita del Soggetto, con tutto il portato di passioni, premure, desideri e dispiaceri di ogni esistenza; inoltre, uscire fuori significava strapparsi agli amori di sempre, agli affetti e alle memorie di intere generazioni del passato, gettare il corpo e l’anima all’interno di processi talmente vorticosi da non essere tollerabili.
Mario rimaneva così sempre più intrappolato nel vissuto di ogni esistenza, perché il trauma della fuoriuscita diventava sempre più intollerabile, come del resto la coabitazione di due io per un unico corpo. Divenne alla fine prigioniero nella vita di una certa suor Marcella, cieca fin da bambina a seguito della visione del Bambin Gesù di Gallinaro occorsa in una abbacinante mattinata d’agosto.
Il Demiurgo Parassita raccolse la preda, oramai tramortita, dal suo sofisticato ordito.
Il corpo di Mario, comodamente adagiato sulla poltroncina di casa dal quale mai si era alzato, venne ritrovato dalla moglie nel crepuscolo di una serata di inquietudini. Era prosciugato, come fosse stato risucchiato internamente da un chimerico formichiere.
I suoi occhi erano bianchi e azzurrognoli e della pupilla rimaneva oramai la puntiforme vestigia.
Ciò durante la prima sessione del suo risveglio.
Nella seconda, Mario si ritrova agonizzante nella poltroncina sotto i colpi di coltello di sua moglie Giuseppina (urlava Per Cristo, Con Cristo e in Cristo, in feroce successione per ogni pugnalata e nelle variabili di Con Cristo, in Cristo e per Cristo e di Per Cristo, con Cristo e in Cristo).
Nella terza, il Demiurgo gravitava in una sorta di altro spazio che comprendeva in un ritaglio anche la stanza in cui Mario era seduto sulla poltroncina. Si mostrava in fattezze di Musa recante uno specchio in cui Mario poteva mirarsi. Era sempre lo stesso Mario, con le sue strane proporzioni del viso e con quell’atteggiamento greve e fastidioso del suo essere al mondo; ma ora le sue sembianze non parevano turbarlo, né lasciare campo alla frustrazione e all’angoscia di sempre. Tutto era posato dentro un alveo suadente, non duale, e la faccia di Mario era quella de “Il Mondo” dei Tarocchi, dell’arcano XXI, una variabile infinita di un meta-corpo di viseità infinite.
Nella quarta sessione c’era solo una poltroncina vuota e un Sé Osservante incorporeo.
Seguì un’interminabile sequenza di risvegli caratterizzati da macchie senzienti vaganti in mondi acquorei per una dislocazione incommensurabile ma al contempo totalizzante.
Poi un accelerando di successioni di miliardi di risvegli sotto forma di linee e necessità di urgenze puntiformi.
Qua e là una stazione, un momento di sosta: la notte, il mare di Ognina e l’insegna in legno di un ristorante tipico battuta dal vento. Ecco lo scenario scomparire e farsi nitidezza di suono, pura vibrazione sonora nel buio acquoso dell’essenza: ta-poc… ta-poc… ta-poc… lirico, regolare, un canto sublime orchestrato dal genio dell’Inerte.
Tornano, distanti, le barche con le lampare, a mimare dei passi di danza.
