Appunti su due pagine di Proust da: “La Prigioniera”

Albertine è l’alter ego femminile di Proust, é lo specchio spietato che restituisce all’autore la sua stessa immagine vista dall’esterno: Ciò che mi tormentava era quel perenne desiderio di piacere identico al mio, che ritrovavo in lei, di piacere a nuove donne, di abbozzare nuovi romanzi; era di supporre in lei quello sguardo che il giorno prima, al Bois de Boulogne, pur avendola al mio fianco, non ero stato capace di trattenermi dal lanciare alle giovani cicliste sedute ai tavolini del caffè.

Non ci può essere gelosia che di se stessi, ribadisce subito dopo Proust, dando spazio al tema della lacerazione che segue quello dell’impossibilità a gestire la dislocazione dell’Altra su piani diversi dello spazio-tempo: Allora, sotto quel viso che arrossiva sentivo come aprirsi un abisso, l’inesauribile spazio delle sere in cui non avevo conosciuto Albertine.

Non basta dunque recludere, controllare, toccare, accarezzare, possedere l’amata giacché la dimenticanza della natura, dando luogo alla divisione dei corpi, non ha pensato di rendere possibile la penetrazione reciproca delle anime. Così alla sacralità della relazione non è concesso che il dominio tirannico del Presente, di ciò che nasce e muore nell’istante, la tracimazione essendo elemento divino – Albertine era piuttosto come una grande dea del Tempo – e dunque elemento impenetrabile e destinato a rimanere per sempre sconosciuto.

(Francesco Cusa)

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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