
La situazione dei musicisti di jazz (uso questo termine nella sua accezione ampia) sta vivendo in Italia la peggiore crisi di sempre. Complice un momento storico peculiare e di passaggio, in cui la digitalizzazione e la diffusione via social di gran parte di contenuti un tempo riservati agli spettatori dei concerti, ha messo in crisi la già traballante macchina organizzativa nostrana.
Oggi è impossibile vivere suonando jazz nel nostro paese, a meno di non far parte di una ristretta cerchia di artisti legati a cordate, amicizie, salotti e cerchie iniziatiche degne di una nuova Scientology Sincopata.
L’unica via di fuga pare essere quella dell’insegnamento in conservatorio: altro percorso irto di ostacoli, spesso insormontabili.
Ci ritroviamo dunque, da musicisti e insegnanti, a prospettare un futuro in cui questi nuovi studenti non avranno alcuno sbocco al di fuori dell’insegnamento, in base a un gioco perverso di permutazioni che vedrà futuri insegnanti senza esperienza di palco e di vita. La classica obiezione – è sempre stato così – non può essere presa a modello: i grossi nomi ci sono sempre stati, ma a latere, è sempre stata viva e pulsante (fino al 2000 circa) una scena artistica che viveva delle esperienze performative rese possibili da una sorta di biodiversità dell’offerta di luoghi in cui suonare essendo remunerati. Il 2023 offre invece una proposta congestionata dai criteri dei cosiddetti “centri di produzione”, dalla politica dei bandi, dagli uffici stampa, dalle onnipotenze dei direttori artistici.
L’esercizio della critica è totalmente assente in questo ambito, anche perché, sovente, molti critici sono a loro volta coinvolti in ruoli di direzione artistica e di gestione delle risorse. Nessuna voce si alza in soccorso di questa situazione, che rappresenta un vero e proprio dramma per molti artisti che non sono sotto l’ombrello riparatore dell’insegnamento statale. Un dramma che viene totalmente ignorato, per ragioni anche facilmente comprensibili e relative allo schierarsi contro qualcosa, pratica assolutamente bandita in un mondo museale, rigido e non avvezzo alla dialettica feroce, viceversa, prassi che funge da stimolo in ogni altro contesto culturale (fa specie constatare invece quanto sia compatto e solidale, tal microcosmo della critica, degli addetti ai lavori e di molti musicisti, quando si toccano questioni di lana caprina relative a sterili polemiche di ordine accademico/lessicale sulla natura di questo benedetto jazz).
La situazione è veramente critica per molti colleghi, spesso costretti a dover fare i salti mortali per sbarcare il lunario. Le conseguenze devastanti di tale depauperazione culturale sono già riscontrabili sul piano della proposta artistica generale, e nel pessimismo prossimo all’ignavia di molti ragazzi che si avvicinano al mondo del jazz con passione sincera, e che si ritrovano di fronte a ostacoli di natura extramusicale veramente frustranti, e a spendere una marea di soldi per realizzare cd che nessuno ascolta più, per pagare uffici stampa salatissimi, ecc. Centinaia di ragazzi alla mercé di osti che offrono la classica jam cui partecipare gratuitamente, del tutto avulsi da una reale politica consapevole del mestiere del musicista praticato come lavoro, saranno il plotone di insegnanti del futuro in ciò che rimarrà dei conservatori e delle scuole private e pubbliche (con quale bagaglio di esperienza, viene da chiedersi?).
Domanda ai critici nostrani: quale humus culturale pensate possa svilupparsi a seguito di una situazione così svilente e discriminante dei musicisti italiani nei prossimi decenni? Qualcuno che abbia voglia di fare giornalismo di inchiesta ci sta ancora in questo martoriato mondo del jazz italiano? Di questo passo ci ritroveremo a leggere nel prossimo futuro le recensioni delle giornate di lezione in classe dei docenti.
POST SCRIPTUM: IN RISPOSTA AD ALCUNI COMMENTI SUI SOCIAL.
“Carissimi, ho letto i vari commenti, tutti preziosi e, naturalmente, sono perfettamente consapevole della multifattorialità che determina la crisi del settore. Rimane la questione drammatica relativa al “mestiere” del musicista, a ciò che, come fa giustamente notare Roberto Arcuri, poi dà senso all’esistenza di tutto l’indotto. La situazione è drammatica perchè rimanda a un contesto sempre più desertificato, con qualche oasi paradisiaca, nel paradosso di realtà che si porrebbero quali terminali di non si sa bene quale movimento. Tutto è deciso in base a umoralità e simpatie, a logiche di scambio e visibilità. La realtà è che la critica di settore (uso questo termine per comodità) non è per nulla interessata a questi argomenti: tutto ruota intorno a ipertrofie di prammatica e capodanno “topjazzato” con tanto di fuochi fatui d’artificio. Ormai chi si occupa(va) di queste musiche (plurale), o riveste ruoli salienti nel campo organizzativo, o semplicemente se ne fotte di comprendere come cazzo fanno a campare i musicisti di “jazz” in Italia. La logica imperante è questa (e lo dice uno che è stato co-fondatore di due dei collettivi italiani più importanti, quindi non mi si venga a parlare di associazionismo): giovane talento – bandi- centri di produzione – cd – ufficio stampa – ciaone (a meno che qualcuno non decida che sei appetibile). Chi fa musica da trent’anni si attacca al tram, se osi criticare questo sistema museale e chiuso vieni tacitamente emarginato. Tutti parlano di nascosto e nessuno osa scrivere le banalità che scrivo. Neanche nella Sicilia di Salvo Lima (paragone forte da leggere con ironia) c’era tanto silenzio. Il mantra che sento ripetere fra colleghi è sempre lo stesso: “ma che senso ha dire queste cose. Tanto decidono sempre gli stessi e se ti lamenti passi per vittima”. E giù coi nomi di artisti, giornalisti e organizzatori che potete immaginare. Fin quando me lo dicono i miei coetanei, stanchi e delusi, posso anche capire, ma quando queste obiezioni vengono fatte da musicisti giovanissimi c’è da preoccuparsi seriamente. Chi scrive per passione poi, di solito, subisce le fascinazioni delle mode o non ha gli strumenti musicologici necessari per comprendere gli approcci compositivi e metodologici della musica attuale (analizzare la musica d’oggi implica competenze di un certo rilievo: penso che si possano contare sulla dita di una mano coloro i quali siano in grado di affrontare con criterio le partiture di Steve Coleman o di Steve Lehman, giusto per fare due nomi). La verità è che, in questo minestrone tutto nostrano, dove i ruoli fra giornalisti, appassionati, critici, organizzatori, musicisti, direttori artistici sono interscambiabili, ad avere udienza sono solo musicisti afferenti a certe cordate, o nelle grazie di qualche eminenza. Per esempio, è stata quasi del tutto bypassata la “generazione di mezzo” (gli attuali cinquanta/sessantenni) la cui enorme produzione pare essersi perduta negli abissi degli anni Ottanta e Novanta. La verità è che a nessuno frega nulla della ricerca esplorativa sul campo e delle fonti, e in questo senso il jazz in Italia non gode di applicazioni serie da parte di studiosi seri. Io da allievo di Roberto Leydi, Cane, Gino Stefani, Clementi, ecc. penso di poter affermare con contezza quanto ho scritto. Faccio notare che, senza il post di Roberto, queste mie riflessioni sarebbero rimaste confinate entro la cerchia di quel plotone di disgraziati che ancora mi segue con passione. Ricordo bene le nostre discussioni con Gianni Lenoci, un altro che pativa molto questa indifferenza, e ho bene in mente cosa sia successo dopo la sua scomparsa (penso sempre ai nostri concerti in luoghi sgangherati con tastiere e batterie di comodo, di fronte a quattro allampanati). Poi magari arriva l’ultima novità d’Oltreoceano, ed ecco plotoncini di appassionati scrivani pronti a farsi 500 km per sentire quattro pernacchioni assestati bene. Il jazz e i musicisti sono un bene prezioso per la cultura di un paese. Chi scrive di musica, chi organizza deve tenerne conto, perché ciò rappresenta il patrimonio artistico di riferimento. Non occuparsi di ciò è l’equivalente di lasciar deperire monumenti, pinacoteche, musei, ecc. Quando lo si capirà sarà troppo tardi”.
